Ciao Giacomo, grazie per la tua articolata e interessante risposta, che mi consente di precisare (a me stesso per primo) un pensiero che riassumo per temi invece che rispondere puntualmente; mi scuso davvero per la lunghezza. Sommariamente premetto che trovo utile distinguere industrialismo e capitalismo, poiché anche se capitalismo e industria sono intrecciatissimi, le dinamiche in questione qui sono proprie del modo di produzione industriale anche quando non è associato al ciclo capitale/profitto. L'industrializzazione ha dinamiche immutate nel socialismo sovietico e nel comunismo cinese o vietnamita, sempre industrialisti, mentre esiste un capitalismo non industriale, ad esempio quello finanziario. Sono trasversali alle ideologie novecentesche, con eccezione per l'origine del capitale industriale e la destinazione del surplus. Le due dinamiche sono indistricabili, ma distinguibili. Ad esempio la distruzione dell'ambiente dipende dal modo produzione industriale (ogni industria è estrattiva, il suo paradigma è la miniera: appropria, estrai, trasforma, lascia i rifiuti) ma la /scala/ della distruzione dipende dal consumismo di massa richiesto dal /capitalismo/ industriale. Questa premessa serve a chiarire i punti seguenti, in relazione alla tua risposta. 1) I programmatori e la loro coscienza politica e di classe. Ho introdotto il termine "di classe" deliberatamente, ammiccando alla terminologia marxista, ben consapevole che data l'egemonia ideologica neoliberista non esiste più nulla del genere. Fine della dialettica: niente tesi, niente antitesi, e fine anche delle ipotesi. Costruire una coscienza di classe era difficile nel paradigma ideologico, figuriamoci fuori. In questo quadro continuo a vedere molto di più l'alleanza dei programmatori (e dell'accademia) "coi capitalisti" come tu dici, che la consapevolezza di detenere un potere e di volerlo usare per forzare l'industria ad usare lavoro al posto di capitale. Nemmeno il marxismo (almeno nelle sue manifestazioni storiche) si è opposto all'uso della macchina, casomai allo sfruttamento per profitto privato. In qualsiasi retorica industrialista la macchina ha sempre "liberato" l'uomo. Nel passato pochi programmatori e un certo numero di computer hanno "liberato" stuoli di dattilograf*, telegrafist*, tipograf* e contabil*, e negli anni 50 si è ampiamente discusso dell'impatto dell'automazione sul lavoro, a prova del fatto che vi era ampia consapevolezza della trasformazione in atto. Oggi è il posto del programmatore ad essere in discussione, e domani sarà quello del trainer di modelli ML. In ognuno di questi casi il vantaggio è per chi guadagna dall'alta intensità di capitale e va a discapito da chi guadagna dal lavoro. La retorica è quella del progresso, dell'efficienza maggiore della macchina più "razionale" e della fallibilità umana: quello che dice Baudrillard, attualissimo. Se tra alcune decine di anni vi saranno programmatori (alcuni dei quali scriveranno ancora in Cobol) così come autisti di auto e camion e magazzinieri, sarà non per il successo di una lotta politica dei programmatori e autisti che avranno convinto l'industria a salvare il loro lavoro, ma per il fallimento almeno parziale delle promesse della tecnologia che sarà solo parzialmente riuscita a sostituire le categorie in questione. Comunque anche un parziale successo ripagherà l'industria degli sforzi di "ricerca". Gli articoli come quello di Matt Welsh servono a far venire l'acquolina in bocca all'industria, e a costruire la narrativa retorica per attrarre investimenti. Ti do ragione in merito alle geografie dello sviluppo software: almeno per il software f/oss [1] vi sono delle sfumature nella polarizzazione tra India e US, e l'UE si trova nel mezzo. 2) L'/eccezionalismo informatico/ e la intrinseca virtù del free software nel generare software che rispetti l'uomo. Per /eccezionalismo/ mi riferisco a quanto dici: "non puoi paragonarla con nessuna altra attività umana, se non con la lettura e la scrittura che in effetti sono le prime rivoluzioni informatiche della storia". A me pare che la scrittura di codice, se ancora oggi può assomigliare ad un artigianato, non possa sfuggire alla legge industriale dell'assimilazione formulata dalla Arendt ne /La condizione umana /(1958): The industrial revolution has replaced all workmanship with labor, and the result has been that the things of the modern world have become labor products whose natural fate is to be consumed, instead of work products which are there to be used. Come d'altra parte non sono sfuggite le altre forme di scrittura: per ogni riga "artigianale" di scrittura ve ne sono almeno 1000 "industriali" consumate ogni giorno. Il free software non cambia la natura del problema, anzi: l'industria del software proprietario, dopo un iniziale momento di sconcerto per il successo di GNU/Linux e di Netscape Navigator, ha capito che non aveva nemmeno bisogno di appropriarsi della miniera per poterla sfruttare. Google ha imparato cosi bene la lezione da aprire da subito il codice di Android e finanziare contributi. Non che io creda che sia una cosa cattiva, anzi! E' una mossa intelligente che mira a creare un ecosistema industriale catalizzando sinergia invece di appropriarsi di uno spazio, ma la licenza non ha impedito ad Android di trasformarsi in un prodotto di sorveglianza per eccellenza, ed è questo che non va. La Hacking license non impedisce di creare modelli ML a partire dal codice (incluso il vostro di MonitoraPA), ma impone di condividerli. Mossa virtuosa che non consente l'appropriazione, ma non impedisce di scavalcare la programmazione. E comunque non affronta il problema dell'impiego del modello ML che Microsoft sarà costretta a rilasciare come esito di una lite persa con MonitoraPA. 3) "Adattarsi o adattare?" Si, ma cosa manca? Premesso che rispetto molto e come sai condivido la posizione dell'hacker. Mi entusiasma Harry Tuttle di Brazil, la figura di quello che si batte per "riparare" un mondo che non sarà comunque mai a posto (il "tikkuner" [2]). Di fondo condivido quindi la posizione che suggerisci di adattare il mondo e non subire il cambiamento. Parli di introdurre bug, aggirare DRM... Certo, ma chi scrive DRM in primo luogo? Perché continua a farlo? Perché /può/ farlo? La questione non è (o almeno non solo) quali tecnologie 'buone' sviluppare nella resistenza contro quelle 'cattive', è accettare che ci sia questa guerra e dovervi impegnare così tante risorse. Se nulla cambia, come è avvenuto per il free software, l'enorme sforzo creativo di migliaia di hacker e attivisti verrà appropriato per estrarne qualcosa e lasciare lì le scorie, nella perenne illusione che la prossima battaglia cambierà /davvero/ qualcosa. Una dinamica intuita da Roland Barthes proprio nell'analizzare come il potere si nasconde nelle pieghe della lingua. GNU, Linux, Firefox sono oggi /simultaneamente/ sia l'esito della scorsa battaglia hacker contro il potere delle compagnie egemoni del software proprietario sia la risorsa gratuitamente offerta alle stesse identiche società per rinnovare la stessa identica industria. Cosa è cambiato? Il modello di business, da prodotto software a servizio di sorveglianza. Chrome è il browser più diffuso e Windows esiste ancora! Esattamente come gli argomenti delle /scorse/ campagne degli attivisti del clima sono al centro delle campagne di marketing del più sfacciato greenwashing. La prossima-cosa-buona-da-fare è cambiare l'auto e prenderla elettrica, purché non si metta in discussione una mobilità individuale palesemente insostenibile. In tutto questo quadro tutti ci dibattiamo tra quale delle conseguenze accettare, che parte prendere. Ma chi ha deciso le parti? Nessuno da quasi quarant'anni mette in discussione le premesse denunciate nel 1968 da Baudrillard e molti altri anche prima. Le premesse sono che non vi è pensiero ammesso o limiti a cosa deve/può/non può essere oggetto di industrializzazione, capitalista o meno. A mio avviso, ad esempio, le relazioni personali ed umane non debbono essere oggetto di industrializzazione. Non sono una miniera. Questi limiti risiedono nell'ordine della scala di valori e morale, non di quella tecnica che non ha alcuna risposta da dare in merito, e perciò apparentemente non possono essere posti. La conseguenza più macroscopica è che, in mancanza di futuri tra i quali scegliere e per non mettere in discussione il modello industriale preferiamo accettare il collasso dell'uomo, della società e del pianeta. Per cui ben venga l'atto di resistenza e l'hacker che vuole riparare il mondo che c'è, ma serve anche conquistarsi il permesso di pensare a premesse diverse. La società, prima di essere cibernetica, sia umana. Mille scuse per la lunghezza, ma francamente non saprei quali altre sedi se non Nexa possano accogliere dialetticamente questi pensieri che non stanno in un tweet né un toot. :-) ciao, Alberto [1] J. Wachs, M. Nitecki, W. Schueller, and A. Polleres, “The Geography of Open Source Software: Evidence from GitHub,” /Technological Forecasting and Social Change/, vol. 176, p. 121478, Mar. 2022, doi: 10.1016/j.techfore.2022.121478 <https://doi.org/10.1016/j.techfore.2022.121478>. [2] <https://nobrainnopain.org/TikkunOlam> On 27/12/22 03:26, Giacomo Tesio wrote:
Ciao Alberto,
grazie della tua risposta, profonda come sempre.
On Mon, 26 Dec 2022 17:14:07 +0100 Alberto Cammozzo wrote:
Ho qualche dubbio sulla classe dei programmatori. Se ho capito bene escludi la riduzione in schiavitù dei programmatori e sostieni che (visto che possiedono i mezzi di produzione) questi starebbero maturando una "coscienza politica di classe" tale da minacciare (come un fantasma che gira per il mondo?) le sicurezze del capitalismo della sorveglianza. Per la precisione, io ho scritto "coscienza politica" senza precisare "di classe" perché ahimé le due cose non coincidono ancora.
Il tema è complesso.
Una vera lotta politica E di classe, fra informatici e capitalisti è già corso da decenni, sebbene non venga chiamata "lotta di classe".
E' narrata come la lotta "agli hacker" (quelli "cattivi"), dal P.H.I.R.M. a Phineas Fisher, da DVDJon a RMS, da Snowden ad Assange...
Ma vista dall'altro punto di vista è anche la lotta degli informatici dotati di coscienza politica (ma non necessariamente di classe), contro il capitale che ne limita il potenziale rivoluzionario.
Per quanto ne so io, il software viene scritto prevalentemente in zone del mondo o molto ricche (come in Silicon Valley) o molto povere (come in Chennai o Bangalore), in cui i programmatori o hanno un potere contrattuale individuale molto forte, o non ne hanno affatto, ma in cui la coscienza di classe mi pare comunque debole. Quello di essere un hacker che sceglie la propria licenza è un lusso. Hai ragione: si tratta di una lotta politica e di classe sebbene solo una delle classi coinvolte ne sia pienamente consapevole: quella dei capitalisti.
Molti informatici combattono questa guerra senza nemmeno comprendere a fondo cosa li spinge, cosa li accomuna... Restringendo persino i propri strumenti di lotta!
Questo perché non hanno ancora piena consapevolezza del proprio potere. E quando ce l'hanno, spesso si allineano ai capitalisti, per le dinamiche che descrivi.
Tuttavia in Europa ed in Italia le cose sono un po' diverse. Stipendi bassi ma non bassissimi. Un minimo di cultura dei diritti. Un mix potenzialmente esplosivo in attesa di una miccia.
Forse qui questa nuova classe emergente, potrà finalmente acquisire piena coscienza di sé.
Sarebbe come dire che l'industria della musica non ha potere sui violinisti perché questi hanno il controllo del mezzo di produzione e sono coscienti del loro statuto di artisti. Anche ammettendo le premesse, una parte di loro saranno tanto ben pagati da sentirsi una elite, e gli altri tanto poco da accettare quasi qualsiasi prezzo per un ingaggio. Ci sarà anche un qualche bravo violinista che accetterà di essere molto pagato per addestrare un modello ML che interpreti qualsiasi pezzo al posto suo. L'informatica è l'infrastruttura fondamentale di questo millennio.
E' presente ovunque e cambia inesorabilmente ogni cosa che tocca.
Dalla medicina, alla finanza, alla musica, all'agricoltura...
La musica non ha questo potere e questa pervasibità, strutturale e funzionale.
Non puoi paragonarla con nessuna altra attività umana, se non con la lettura e la scrittura (che in effetti sono le prime rivoluzioni informatiche della storia).
In ogni caso. il controllo della risorsa mi pare molto ben saldo in mano a chi la controlla: non credo che l'industria del software tema nemmeno lontanamente uno sciopero dei programmatori, non mi risulta nemmeno ce ne sia mai stato uno. :-)
Meno di quanto si immagini.
E' vero, organizzare uno sciopero di programmatori è davvero difficile.
E' difficile perché, come dici tu, la nostra lotta di classe è condotta senza una piena coscienza di classe (se non da parte di una minoranza). Ma è già successo:https://invidious.weblibre.org/watch?v=0Upw6mzD7Pg
D'altro canto, lo sciopero non è lo strumento di lotta più efficiente per noi programmatori.
- Possiamo introdurre bug. - Possiamo rallentare lo sviluppo di nuovi software ("sciopero bianco" con perfect plausible deniability, perché sono i nostri cervelli che fanno la parte fondamentale del lavoro) - Possiamo scrivere software libero. - Possiamo scrivere software libero per abilitare nuove forme di lotta (pensa a uBlock Origin, a piHole, all'osservatorio di Monitora PA) - Possiamo aggirare i sistemi DRM, rendere evidente e ridicolizzare l'insicurezza strutturale dei software dei capitalisti della sorveglianza (pensa ai continui data breach...) - Possiamo aggirare la sorveglianza di massa ed insegnare a fare altrettanto
Insomma... perché dovremmo limitarci agli strumenti di lotta novecenteschi quando i nostri avversari usano pienamente e consapevolmente gli strumenti che NOI realizziamo?
Mi è parso significativo che a scrivere il pezzo che ho segnalato sia un ex accademico di Harvard ed ex Google. Lo ho segnalato perché esplicita un pensiero che ho da anni sulla natura industriale dell'"AI turn". E' significativo, certo.
Mostra quanta poca credibilità vada attribuita a chi ha a che fare con certe società. Ma l'articolo riporta semplicemente propaganda di Google & friends. Che l'autore l'abbia sentita così tante volte da crederci, può anche essere. Rimane propaganda.
Matt Welsh cerca di convincerci che possiamo sostituire interi team (in Silicon Valley o in India) con una o due persone che fanno il vero "intellectual work" (lo stampo, il modello), mentre il resto sarà fatto dalle macchine, senza nemmeno le orde di "scimmie" necessarie per il training:
The bulk of the intellectual work of getting the machine to do what one wants will be about coming up with the right examples, the right training data, and the right ways to evaluate the training process. Welsh vuole convincere gli imprenditori che potranno fare a meno di programmatori sempre meno succubi.
Che sia per ragioni politiche, etiche o per mera incapacità tecnica, troppi programmatori non fanno ciò che l'imprenditore vuole.
Non è questione di rischio imprenditoriale, ma di potere e controllo.
Welsh vuole spingere quegli imprenditori che sperano di poter fare a meno dei programmatori ad investire nelle "AI".
Personalmente non credo molto che questo renderà il lavoro di programmazione inutile, dipende troppo dai contesti e ci sono altri problemi che ancora non sono ben chiari o il cui impatto non è stato misurato, ma la promessa è questa, liberarsi della complessità e della variabilità introdotta da molti umani. Come diceva Daniela, prospetta un futuro per chiuderne altri che siano diversi.
Vedo questa spinta nel mio lavoro di programmazione, che serve potenzialmente a filtrare dati per addestrare modelli che rendano ulteriori programmazioni inutili, con la promessa che una volta azzeccato sufficientemente bene il modello, quello funzionerà per sempre e sempre bene. Anche se è evidente che questi "modelli finali" non esistono, sto pensando a qualche forma di obiezione di coscienza (una licenza che escluda l'uso per training? ogni suggerimento è benvenuto). Non che lo escluda, ma che lo renda soggetto alla licenza stessa.
Per questo in Monitora PA usiamo la Hacking License e GitHub: https://github.com/MonitoraPA/monitorapa/blob/main/LICENSE.txt
Se GitHub CopyALot distribuisse il nostro codice (cosa che speriamo di ottenere entro qualche anno) il suo modello diventerà sotto Hacking License e così tutti i software che ne includeranno i "suggerimenti".
Immaginati che succederà a quel punto... :-)
Infine, la tua proposta mi pare essere quella che se tutti sanno programmare, non ci sarà bisogno di modelli. Che ci siano o meno, farne accettare l'esecuzione sarà molto più complesso.
D'altro canto l'intera economia sarà molto diversa.
Condivido l'auspicio di una diffusa competenza di programmazione, come quella che tutti sappiano suonare il violino e tornire l'argilla: sono espressioni della creatività umana e della sua competenza. Sono manifestazioni della sua libertà. Non troppi anni fa chiunque andasse a scuola sapeva poi suonare, disegnare, usare strumenti e attrezzi: imparava ad essere umano, insomma. Ahimé, non è la stessa cosa.
Non hai bisogno di tornire l'argilla tutti i giorni. Se non sai farlo, le tue altre facoltà non ne risultano sostanzialmente ridotte. Non sapere suonare il violino non ti pone alla mercé di chi sa farlo.
Anche se non credo che la maggiore offerta di programmatori competenti possa scalfire la dinamica industriale sottostante il machine learning, che è quella di liberarsi per quanto possibile dall'umano e dall'incerto, tuttavia credo che possa almeno inceppare un'altra dinamica industriale, che è quella della generazione di una scarsità (quella di programmatori) come conseguenza del successo di un prodotto industriale (il ML). Per rimanere negli esempi precedenti: il successo della riproduzione musicale industriale riduce la domanda di orchestre e quindi di violinisti. Immagino tu stia sorvolando consapevolmente sul fatto che la programmazione statistica (aka "ML" o "AI") sia talmente incerta che nessuno se ne vuole prendere la responsabilità, per portare avanti il ragionamento dal punto di vista del povero fesso che da retta a Welsh...
Perché parliamo di una pia illusione: potranno far credere ai programmatori umani di essere sostituibili, ma non lo saranno mai.
In un'altro thread si sosteneva che il software che gestisce i freni di un auto (perché?) non dovrebbe essere sostituibile. Figurati se potremmo farlo programmare statisticamente... ad un software programmato statisticamente! :-D
In conclusione, per me il deficit non è tecnico né economico, ma morale; non è di risorse, ma di valori. Non cosa facciamo e come, ma a che fine. Sono abbastanza d'accordo.
Direi morale E culturale.
Perché l'informatica è cultura: può essere uno strumento di potere sull'uomo o di emancipazione dell'uomo.
La scelta fra i due è morale, ma la può compiere solo chi la comprende.
Baudrillard, che ha molto riflettuto anche sul sistema modello/serie, in "il sistema degli oggetti" (1968!) scrive (scusatemi la lunga citazione): Bellissima citazione che, secondo me, parla di altro. Passato.
La società cibernetica è caratterizzata da oggetti diversi dai precedenti, automatici, che definiscono gli spazi di libertà degli umani sulla base della volontà di chi li crea e diffonde.
Alcuni automatismi surrogano completamente gli esseri umani, perseguendo quel processo di alienazione cibernetica che serve a ridurre l'autonomia degli esseri umani nel sistema per aumentarne la predicibilità: https://video.linuxtrent.it/w/uGeLUW9uwuU7siCavjNnZm?start=14m10s
E questo avviene ormai fuori dal processo produttivo, nell'intimità delle nostre case.
L'unica alternativa che vedo, purtroppo, è fra l'azzeramento della autonomia individuale (della libertà vera, quella che trascende la possibilità di scegliere fra alternative offerte da altri sullo scaffale), adattandosi ed integrandosi come ingranaggi nella società cibernetica ormai catturata da pochissimi, e la massimizzazione della autonomia cibernetica individuale ("computing agency" mi suona riduttivo) con la piena consapevolezza del funzionamento degli automatismi e il conseguente rifiuto di quelli che non possiamo modificare o programmare in prima persona adattandoli a noi.
In altri termini la nostra alternativa è fra:
adattarsi alla società cibernetica costruita da altri
oppure
adattare la società cibernetica alla nostra volontà
Rispetto ad una società che esclude la maggioranza delle persone dalla partecipazione alla definizione delle sue regole, dobbiamo decidere se vogliamo adattarci o dis-adattarci, integrare o dis-integrare.
Hacker o robot. Cittadini o schiavi.
Per chi non sceglie, sceglieranno altri.
La seconda opzione, purtroppo.
A presto!
Giacomo