Il Mattino, 4 novembre 2014
IL CELLULARE IN CATTEDRA, IL PROF ALTROVE…
È difficile negare la verità contenuta nel detto poco raffinato
secondo cui “il pesce inizia a puzzare dalla testa”. Diversi anni
fa, quando la diffusione dei cellulari non era universale come
adesso, nelle riunioni di una certa importanza ogni partecipante
teneva il telefono acceso ma silenziato, in modo da tenersi
costantemente informato di ogni chiamata. Fino a che si trattava di
persone con funzioni dirigenti amministrative o politiche, manager
di un certo livello, primari ospedalieri, ecc. – insomma persone che
erano suscettibili di ricevere chiamate tanto importanti quanto
urgenti – la cosa si poteva ancora capire. Ma poi l’usanza è
dilagata. Anche in un dibattito culturale, nella presentazione di un
libro, in riunioni di importanza non così vitale, i partecipanti
usano sedersi al tavolo ponendo di fronte a sé qualche foglio di
carta, una penna e uno o anche due cellulari accesi e silenziati in
modo da rimanere costantemente “wired” (connessi) in ogni istante
della manifestazione. Gettano un occhio all’apparecchio del vicino,
magari per compiacersi di possedere il modello più avanzato e poi
tengono sotto controllo il piccolo schermo attenti alla minima
vibrazione, alle chiamate e ai messaggi in arrivo. Spesso digitano
una risposta, magari soltanto per dire che non possono rispondere,
in non pochi casi si alzano con gesti compulsivi per appartarsi a
rispondere, anche se sta parlando uno degli interlocutori – una
maleducazione che un tempo veniva evitata anche sopportando per
qualche tempo una necessità corporale, mentre il cellulare appare
dotato di per sé di una necessità di ordine superiore che schiaccia
tutto il resto.
[…]
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