Grazie Monica per le informazioni.
Un punto che viene troppo spesso sottovalutato da tanti è che una cosa è l'uso di GenAI che si può fare all'università (meritoria l'iniziativa del tuo ateneo), una questione completamente diversa è il suo utilizzo nel mondo della scuola (in cui vedo una forte pressione verso il suo uso, che può essere secondo me deleterio per menti che si stanno ancora formando).
Ho scorso solo sommariamente la vostra policy e ho notato che in
alcuni casi si richiede la citazione dell'uso di GenAI e in altri
no e non mi sono chiare le motivazioni per l'una o l'altra scelta.
Quando rappresento i miei dati con un grafico 3-D non mi si chiede se ho usato un foglio elettronico o un altro strumento di visualizzazione. Perché chiedere in casi analoghi la dichiarazione dell'uso di uno strumento di GenAI?
La mia visione sull'uso di GenAI (di cui non sono un grande fan) è infatti molto più laica: se uno la vuole usare è sua facoltà dichiarare se e come l'ha usata, dal momento che la responsabilità finale è comunque interamente sua e il prodotto finito potrebbe essere anche abbastanza diverso da ciò che lo strumento di GenAI ha inizialmente prodotto.
Ad esempio, chi di noi in passato (una volta arrivati i motori di
ricerca, ovviamente) per gli esercizi d'esame non ha "fatto un
giro" sulle pagine di colleghi in tutto il mondo per trovare
ispirazione e poi produrre i suoi esercizi? Adesso con GenAI si
può fare più rapidamente ma mi sembra concettualmente lo stesso
processo. Alla fin fine, ciò che conta è se uno usa il risultato
dello strumento solo come ispirazione o lo prende in modo
letterale.
Chiaramente, le mie osservazioni si riferiscono allo stretto
ambito di ricerca e didattica universitaria. Per tutto l'enorme
settore della creazioni di "opere dell'ingegno" mi rendo conto che
il discorso è molto più complicato e delicato.
Ciao, Enrico
Ho letto il tuo articolo, molto interessante, e concordo che è proprio per creare strumenti di "cittadinanza digitale" attiva e non passiva che occorre fare casi d'uso nelle scuole in grado di far comprendere limiti, rischi, bias, discriminazioni della GenAI.
Il fenomeno difficilmente si arresterà, meglio educare all'uso consapevole e creare antidoti.
UNIBO ha iniziato una campagna di sensibilizzazione interna, rivolta a docenti, ricercatori, studenti, amministrativi ed ha elaborato delle Policy per un uso etico e responsabile dell’Intelligenza Artificiale Generativa nelle attività di didattica e ricerca:
m.
Il 18/04/2025 20:14, Enrico Nardelli ha scritto:
Il 18/04/2025 12:59, monica.palmirani ha scritto:
E' un ottimo caso d'uso da portare nelle scuole per formare le nuove generazioni all'utilizzo dell'AI generativa (semmai non su Jovanotti :-).
Ecco, io non sono così convinto che in una scuola che non riesce più nemmeno a fornire un'istruzione di base di buona qualità abbia senso perdere tempo a "formare le nuove generazioni all'utilizzo dell'IA generativa".
Perché dovremmo fornire ulteriore forza lavoro gratuita a multinazionali che non vedono l'ora di rivenderci ciò che forse riusciranno a realizzare col nostro aiuto? Ho discusso diverse volte le mie perplessità dell'uso dell'IA generativa nella scuola, questo è un esempio https://www.startmag.it/innovazione/il-ciclone-chatgpt-e-la-scuola-5-punti-chiave/
Il che non vuol dire nasconderla o far finta che non esista, sia ben chiaro. Nell'ambito di una generale educazione ai temi della "consapevolezza digitale" ci può stare il parlare di questi strumenti, così come si parla dei pregiudizi e stereotipi che possono essere codificarti in tutti i sistemi informatici.
Ciao, Enrico
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Prof. Enrico Nardelli
Past President di "Informatics Europe"
Direttore del Laboratorio Nazionale "Informatica e Scuola" del CINI
Dipartimento di Matematica - Università di Roma "Tor Vergata"
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