On Tue, Sep 19, 2023 20:13:09 PM +0200, Giuseppe Attardi wrote:
Sono d’accordo con Marco, che alla gran parte della gente, l’unica cosa che importi è che il software sia invisibile, ossia che funzioni senza troppo interferire con i nostri modi di fare.
nel caso non si fosse capito, io non dico solo che alla massa importi solo quello e bisogna agire di conseguenza se si vuole cambiare qualcosa. Io dico che e' pure *giusto* in principio che sia cosi'. La liberta' deve essere la liberta' di usare qualsiasi software, pure proprietario, finche' non si creano problemi a nessun altro. Tipo la liberta' di ubriacarsi, finche' lo fai senza aggredire o investire qualcuno.
Quindi è stato un errore pensare che il controllo dei sorgenti fosse la chiave di porco per ribaltare il modello di business delle grandi corporation...
Il modello attuale di business delle grandi corporation in QUALUNQUE settore, a partire dall'essere considerate persone, al potersi vendere e comprare a vicenda, essere eterne eccetera, e' nocivo da un secolo prima del software, per una montagna di motivi che non cambierebbero di una virgola se il software non esistesse. Quindi forse l'errore, se non l'arroganza (=quello che per me e' piu' importante di tutto deve essere anche la cosa piu' importante di sempre) e' stato proprio porre il software e la bellezza di programmare sopra qualsiasi altra cosa. O meglio, credere e continuare a farlo contro ogni evidenza, che fosse o potesse mai essere cosi' per tutti.
Andare alla base del problema significa colpire i ricavi pubblicitari. Il Nobel Paul Romer suggerisce di introdurre una tassazione altamente progressiva ai ricavi pubblicitari, fino al 90%, per scoraggiare questo modello di business e incoraggiare le aziende a dividersi. https://adtax.paulromer.net/
a una lettura, ammetto, veloce, quella proposta fa acqua a diversi livelli. Uno e' questo:
Everyone expects customers to pay for clothing and cars, yet for some reason, many think it is inconceivable that these same customers will pay for digital services. etc etc...
Peccato che se Romer si veste di solo cachemire e guida solo Ferrari non limita affatto la mia possibilita' di comprare vestiti usati e prendere l'autobus, mentre se comunica solo con WhatsApp e Word costringe anche ME a usare quei prodotti per parlargli. Sara' pure un Nobel, ma se nel 2021 ancora pensava che servizi digitali essenziali siano gestibili come auto e vestiti, meglio che si occupi d'altro.
In parallelo a questo, che va fatto seguendo le lungaggini dei canali istituzionali, si può percorrere anche un’altra strada. In alternativa alle aziende digitali for-profit, creare cooperative di utenti no-profit, che si reggono su donazioni (come Wikipedia) e su servizi che erogano in abbonamento ai propri iscritti. Per funzionare, queste cooperative dovrebbero raggiungere centinaia di milioni di utenti.
ma a questo si potrebbe arrivare solo DOPO aver imposto l'unica misura che funzionerebbe e basterebbe per sgonfiare di colpo il potere di Facebook & C: obbligarli all'interoperabilita' (2018): https://stop.zona-m.net/2018/08/the-only-thing-to-regulate-in-facebook-googl...
Gli utenti sarebbero soci della cooperativa, e ogni loro contributo servirebbe ad arricchirne il patrimonio. Per esempio, se svolgesse un servizio di social networking tipo Mastodon, i contenuti contribuiti dagli utenti potrebbero divenire un patrimonio della cooperativa, i cui soci potrebbero decidere come usarli ad esempio per allenare dei LLM a disposizikne della comunità o per altri fini che gli stessi soci decidano.
magari. Qui sarei davvero contento di sbagliarmi, ma la speranza che una cooperativa del genere funzionerebbe cosi' a me sembra solida quanto visioni degli anni 80 che tutti gli utenti del software avrebbero messo insieme tutti i sorgenti per migliorarli fraternamente. O l'idea che il mercato azionario sia un posticino ameno in cui tutti gli investitori hanno le stesse informazioni e capacita' di gestirle, quindi possono competere o cooperare ma sempre con pari opportunita' per tutti. Marco