In questo giorno piovoso
ho gironzolato un po' nel web annusando il mondo, curiosando e
“surfando”. Ad un certo punto mi son detto: quanti dati “miei” avrò
disseminato nella ragnatela? Quante tracce del mio operoso tedio saranno
sparsi per il globo? Ho provato un certo disagio. L'alternativa era leggere
un sano e vecchio libro cartaceo che ancora non avesse un qualche rivelatore
rfid nella copertina. Ovviamente ho proseguito la navigazione seguendo però
il filo sottile dell'inquietudine sulla sorte dei miei dati.
Son finito ovviamente
sul pezzo del nostro Direttore su La Stampa (quì sotto) e mi son visto
enormi macchine che tritavano la mia navigazione, le mie query e chi sa che
altro.
Ho pensato ad una
congiura. I due pezzi messi insieme potevano generare il panico. Le
“fattorie” del Direttore avrebbero concentrato chissà dove, magari a
Tianjin (che per altro a uno di Mondovì pare una parola
piemontese) i miei dati, e in più la giostra di Sarzana dipingeva una sorta
di caos anche in chi di quei dati, o meglio della loro protezione, è
garante.
Sulle fattorie continuo
ad esser inquieto, nella vertigine di problemi che porta seco la
concentrazione dei dati del clouding.
Il pezzo di Sarzana per fortuna lo reputo errato, e leggendolo mi
son tranquillizzato, ben conoscendo le due pronunce a cui allude.
Il Garante si è infatti limitato in entrambi i casi ad applicare
correttamente l'art. 5 del codice a protezione dei dati.
Nel caso di Street view, l'Autorità ha riconosciuto ovviamente nel
impiego delle c.d. “Google cars” quegli “
strumenti situati nel territorio dello Stato
anche diversi da quelli elettronici (comma2 art.5)
” che determinano
l'applicabilità della legge italiana al Titolare stabilito extra U.E. E'
corretto, e non è questione di “
persone in carne ed ossa
” ma di strumenti
legati ad una fase del trattamento.
Totalmente differente il
caso dei motori di ricerca in cui il trattamento dei dati è in ogni fase, a
cominciare dalla raccolta, svolto nel paese sede del fornitore, non potendo
certo esser considerati “strumenti” i singoli server sparsi nel mondo
oggetto della raccolta stessa.
I dati “protetti”
della decisione del Garante su Street View non sono nel non-territorio di
internet, ma sono in Italia, per strada, e vengono raccolti fisicamente da
strumenti situati necessariamente sul territorio. Giusto che sia la legge
italiana a determinarne modalità e liceità.
I ragni e le altre
diavolerie dei motori di ricerca si muovono nel web, tra dati senza
patria.
Mi sento di affermare (conscio delle possibili critiche) che nel
web, il fatto che i dati possano esser a me riferiti, non è elemento
sufficiente a radicarli come italiani. Altri sono i parametri adottati
scientemente dai legislatori. A fronte delle tante errate pronuncie
giurisprudenziali sul web mi stupisce che un'osservatore attento come
Sarzana sia caduto nella trappola del disfattismo.
In questa domenica di dati ne ho disseminati parecchi: l'ho fatto
scientemente, consapevole della apparente maggior sicurezza che mi avrebbe
garantito un volume cartaceo o la sana vecchia televisione.
Ma insieme ai miei dati, io oggi son finito in America, poi a
Tianjin, e non vi dico in quali altri posti del mondo -rectius del web-: e
pur cosciente dei limiti e della complessità della materia, ho l'intima
certezza che le regole esistono e, sebbene perfettibili, funzionano.
Ed è questione di consapevolezza e se vogliamo di fiducia, o ad
esser cinici, di un mero calcolo di costi-benefici.
Se lo scritto apparso sul La Stampa mi apre nuovi
orizzonti, il pezzo di Sarzana contribuisce unicamente, e sbagliando, ad
accreditare una visone del web che non condivido, come una terra senza
regole, dove le stesse Autorità brancolano nel buio. Non è così. Non
almeno nei due casi citati dall'autorevole commentatore.
Speriamo che smetta di piovere...
Carlo