Message: 1 Date: Tue, 22 Jul 2025 10:02:54 +0200 From: Andrea Trentini <ego@atrent.it> To: nexa@server-nexa.polito.it Subject: Re: [nexa] "Stefano Rodotà (appositamente richiamato dall’Aldilà mentre giocava a scacchi)" Message-ID: <be66ff6f-63e1-43d5-b87c-b3b49443d385@atrent.it> Content-Type: text/plain; charset="utf-8"
On 22/07/2025 09:51, Marco A. Calamari wrote:
Il fatto che un componente del Garante venga attaccato in maniera pubblica mi sembra abbia una rilevanza generale. Il problema è appunto che diffondere il documento in lista amplierebbe la diffusione dello stesso, per cui lo vedrei inopportuno.
anche io. ho ricevuto la fantomatica mail dall'indirizzo rodota.dallaldila@libero.it che invia evidentemente a una lista in CCN, oltre che a se stesso, all'indirizzo ricevente rodota.dallaldila@gmail.com ringrazio chi si è presa la briga di risparmiarmi anche solo di scorrerla (mi era bastata l'immagine fakestudioghibli a farmi passare la voglia, oltre allo screenshot della prima pagina nel corpo della mail)
Decidete se, date le abitudini della lista, l'argomento merita di essere discusso in questo modo "asimmetrico" e non paritario. Io personalmente sarei favorevole.
personalmente mi interessa invece la questione commons e Internet, anzi, commons e tecnologia in generale. Tecnologie appropriate, conviviali, ecc. Tempo fa ho tradotto un libretto in merito (ai commons, non a Internet), rendendo "commons" con "beni collettivi". Ecco perché in breve: https://www.eleuthera.it/materiale.php?op=3299 la questione mi sembra rilevante per le risorse tecnologiche e via discorrendo. Perché un conto è sostenere che Internet è un "bene comune" nell'accezione della Commissione Rodotà, per cui: "In ogni caso deve essere garantita la loro fruizione collettiva, nei limiti e secondo le modalità fissati dalla legge" [1] tutt'altra questione è il "bene collettivo" nel senso a mio parere inteso da Elinor Ostrom quando analizza i "commons": - non vi è alcuna legge stabilita garante a regolare i commons - vi sono dinamiche di regolamentazione complessa, gestite da individui e comunità direttamente implicate nell'accesso, fruizione, distribuzione, manutenzione, sanzione eventuale, esclusione, ecc. - negli esempi riferiti da Ostrom per sostanziare il concetto di "commons", quindi, non c'è quindi ALCUN livello politico ulteriore rispetto all'autogestione. Non c'è un "Comune", organi dirigenziali che decidono quali ipostasi governanti il bene; tanto meno vi è un'Istituzione (Stato, Legge, ecc.) di stampo liberale e/o democratico e/o repubblicano, ecc.: ci sono le persone e le difficili relazioni fra di loro e con il loro ambiente. - i "commons" sono molto più vicini all'autogoverno che alle proposte dei "beni comuni", mi pare. Ma non sono nemmeno autogoverno, IMHO (questo aprirebbe un'altra discussione sulla necessità filosofica del governo, che esula dalla questione, almeno in parte). Sono organizzazione dal basso di ciò che interessa (inter-est: sta-tra, fra gli umani, e fra gli umani e il mondo). niente di più niente di meno. ritengo che sia cruciale, in questi tempi terribili, ragionare di commons tecnologici in questo senso. Perché il nostro ambiente ora comprende, è ovvio, anche l'ambiente tecnologico, in particolare gli ambienti tecnologici connessi a Internet. Tali "commons tecnologici" non sono quindi da intendersi come "beni comuni" nel senso della Commissione Rodotà, che interpreto come, ad esempio, "diritto all'Internet", alla connettività, ecc ecc cioè diritti fondamentali teoricamente inalienabili ma in pratica continuamente alienati, che dovrebbero essere garantiti in ultima istanza dalla legge (quella stessa legge che al momento è completamente disattesa per quanto riguarda GDPR e dintorni, fra l'altro - ma questo apre tutt'altro capitolo sullo strapotere delle multinazionali, l'insipienza criminale delle PA, il "così fan tutti", ecc.). Sono invece da intendersi come la costruzione possibile, sulla scorta degli esempi storici dell'acqua, delle risorse ittiche, forestali, ecc. ecc. studiati da Ostrom, di "beni tecnologici collettivi". Che non vuol dire collettivizzati, s'intende. Non vuol dire nemmeno gratuiti. E nemmeno liberi per tutti! L'accesso al "commons" risorse di pesca dell'area tal dei tali, raccontava Ostrom, NON è per tutti e chiunque. Analogamente, "beni tecnologici collettivi" dovrebbero essere accessibili solo a chi è intitolato a farlo dal collettivo stesso, nelle forme regolamentate da tale collettivo (commons). La legge, semmai, arriva dopo. Ma è anche superflua, IMHO, nella misura in cui le persone sanno gestire collettivamente le risorse in quanto commons. utopie? forse. ma pur sempre meglio delle distopie realizzate in cui stiamo vivendo. anche solo nel settore tech, difficile trovare delle big che non siano direttamente implicate, per dirne una, nel supporto alle guerre condotte dal governo israeliano: https://www.whoprofits.org/companies/all buona giornata k. PS: ripubblicare l'opera fondamentale del premio Nobel Ostrom in italiano sarebbe il minimo. Esaurita da parecchio, ho dovuto ricorrere a una copia della biblioteca della fondazione Basso di Roma [1] https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_12_1.page?contentId=SPS47624 art. 1 / 3c
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p.s. ho ricevuto anche io la mail da "rodotà"