Sempre sul tema in un libro Jaca Book appena uscito del collettivo Ippolita, dal titolo "Anime elettriche", si parla efficacemente di "pornografia emotiva". (Sembra che l'anima c'entri sempre di più col digitale: quasi contemporaneamente e' stato pubblicato da Derive e Approdi in italiano un bel libro di Franco Berardi, con il titolo "L'anima al lavoro", che pure riflette sulla trasformazione digitale del lavoro) Il sabato 30 aprile 2016, Antonio Casilli < antonio.casilli@telecom-paristech.fr> ha scritto:
ooops si scivola nell'antropologico ;) prima che sia troppo tardi vi consiglio la lettura di quello che diceva Fabio Chiusi due anni fa su Wired --> il selfie non come espressione "viziosa" di una società alla deriva, ma come pratica di partecipazione sociale e di distanziazione dell'evento doloroso/drammatico
http://www.wired.it/attualita/media/2014/12/15/sydneysiege-circolo-virtuoso-... (C'è il mio zampino, e consiglio a tutti di leggere un po' di Luc Boltanski "Lo spettacolo del dolore" scritto in tempi non sospetti (più di vent'anni fa)
http://www.amazon.it/spettacolo-dolore-Morale-umanitaria-politica/dp/8870786... )
----- Mail original ----- De: "Carlo Blengino" <blengino@penalistiassociati.it <javascript:;>> À: "J.C. DE MARTIN" <demartin@polito.it <javascript:;>> Cc: "Nexa" <nexa@server-nexa.polito.it <javascript:;>> Envoyé: Samedi 30 Avril 2016 16:55:36 Objet: Re: [nexa] Giorgio Fontana sulle conseguenze della tecnologia interattiva
Non so se ha senso legare le due vicende, ma mi è venuto in mente un altro recente selfie orrorifico lontano dalla scuola: http://www.corriere.it/foto-gallery/esteri/16_aprile_29/siria-giornalista-fi...
E mi chiedo se queste vicende siano segno di un mutamento antropologico o non siano piuttosto l'emergere, grazie al mezzo, della banale fisiologia del male (o dell'ignoranza), antropologicamente presente nel tempo; ma grazie all'interazione, è oggi più facile individuarne i contorni, stigmatizzarne il disvalore, e auspicabilmente correggerne le devianze. Non so, me lo chiedo... Spegnere gli smartphone impedirebbe i violenti sfottò del compagno disabile, o semplicemente non ne avremmo notizia? C.
In mobilità
Il giorno 30 apr 2016, alle ore 16:13, J.C. DE MARTIN < demartin@polito.it <javascript:;> > ha scritto:
Carissimi,
condivido (col permesso dell'autore, che adesso è anche iscritto in lista) queste riflessioni di Giorgio Fontana sul seguente evento di cronaca:
http://torino.repubblica.it/cronaca/2016/04/29/news/selfie_con_la_compagna_i...
juan carlos
"Quello che è successo in una scuola del torinese è la prova lampante che la tecnologia interattiva non è neutrale. Lo erano quelle analogiche con le quali l'interazione passava attraverso un uso coattivamente consapevole, sapevamo che stavano telefonando, sapevamo che stavamo scrivendo, sapevamo che dietro le immagini della televisione vi era un processo attivato da un mercato, che ci riguardava fino ad un certo punto, che il più delle volte ci era estraneo e ci lasciava estranei al mezzo. Con i mezzi analogici non ci siamo mai imposessati del mezzo di produzione, lo abbiamo subito, in qualche modo ci lasciava una certa innocenza. Con l'interazione siamo diventati produttori e consumatori, al tempo stesso, di comunicazione di massa, anche se l'audience si limita al nostro gruppo sociale ristretto, la potenza ridonda su tutto quello a cui abbiamo dato accesso. Quello che facciamo non riguarda più la nostra identità ma la nostra rappresentazione e la riproduzione del nostro agire ha sempre soltanto il nome di : ' tecnologia interattiva '. Quello che hanno fatto le due ragazzine non lo avrebbero mai fatto senza un sistema complesso di interazione, con un mezzo di produzione ed un bacino di utenza. Essere testimoni di un evento, una coetanea che sta male, con altri mezzi avrebbe avuto una dinamica diversa. Poteva diventare una conversazione al telefono ore dopo, a casa. Poteva diventare un'appunto sul diario alla sera, una lettera scritta il giorno seguente, il racconto agli amici il giorno dopo. Azioni da farsi dopo la lentezza di una riflessione, dopo aver masticato l'evento ed avere interagito con la disciplina dell'attesa. Doveva diventare una vera esperienza, passata attraverso non una rappresentazione ma una identificazione. Considerare che si è lì in quel momento è una pratica che ha bisogno di tempo, ha bisogno di maturare neglli anni, non si è lì in quel momento da ragazzini. Soprattutto quando c'è un mezzo interattivo che ti fa sembrare che lì in quel momento quello che devi fare ( il tuo imperativo categorico ) è interagire col mezzo e non con la tua persona e l'altro. La persona che sta male, quella che si butta dalla finestra, quella che picchia un compagno, il compagno picchiato diventano ' set rappresentativi ' di un evento irripetibile ed in quanto tale da rappresentarsi per il proprio pubblico. La macchina di produzione e di consumo. Quella che prima non esisteva. Quello che ci sta attorno diventa oggetto di produzione del qui e ora con la retorica perversa della televisione, dell'intrattenimento, del dovere di scambio di esperienze senza esperienza. Le persone sono oggetti della nostra rappresentazione retorica. Lo facciamo tutti quando sentiamo l'urgenza irrefrenabile di apparire nella cornice dell'interazione, quando invece di fermarci a riflettere compulsiamo sulla tastiera. Non lo avremmo mai fatto senza il mezzo interattivo, che ci permette di essere proprio qui e ora.
La risposta della scuola è stata la punizione alla persona, avrebbero dovuto punire il mezzo sospendendo l'uso dello smartphone in ogni ambito scolastico per tutti, compresi gli insegnanti. Non siamo maturi noi con una tecnologia che ci sta sopraffacendo figuriamoci persone immature per definizione scolastica. C'è la nostra urgenza nel capire che dentro una complessità, di cui conosciamo benissimo le implicazioni tecnologiche, ma quasi nulla di quelle umane e sociali, dobbiamo avere l'umiltà di affermare la nostra ignoranza con tutte le sue consequenze. Perchè qui c'è di mezzo un cambiamento, un cambiamento antropologico e nessuno può dire se sarà positivo o meno. Perchè il cambiamento in se non è mai neutrale."
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