Premetto che concordo con l'analisi di scenario che ha fatto il Quinta nel suo primo messaggio a questo 'thread'. Aggiungo solo, ricordandomi di quando sono stato a Praga subito dopo il 1989 e scoprendo che avevano servizi telefonici molto migliori dei nostri dell'epoca, che qualche volta essere in ritardo (e che l'Italia sia in ritardo lo diciamo tutti) è un'opportunità piuttosto che un ostacolo. Ma solo a condizione di colmare il gap con un salto, cioè saltando una generazione tecnologica (in altre parole: prima arriviamo ad FTTH, visto che prima o poi lì si deve andare a finire, meglio è).

Il commento di Stefano qui sotto mi sembra una difesa dell'operato del governo, ma io, non avendo nessuna parte in causa, posso dire di essere rimasto deluso dall'incapacità di scegliere: mi sembra un piano del tipo "un po' di questo, un po' di quello, non disturbiamo troppo TI, e poi vediamo che cosa succede". Succederà ben poco, a mio avviso.

Che il nodo del contendere fosse lo switch-off della rete era chiaro, almeno a quanti avessero seguito le sfortunate vicende del progetto BUL in Lombardia (in cui erano implicati, ma guarda un po', nomi come Raffaele Tiscar, oggi alla Presidenza del Consiglio, e Francesco Sacco).
Che la rete in rame valga ben poco, tecnologicamente parlando - mi spiace per Raf - lo aveva già scritto Caio nel suo primo rapporto (2009!) e da allora le cose non sono affatto migliorate, perché "continua a piovere" e perché l'ex-monopolista continua a tagliare i costi (delle manutenzioni!!!)
Come scriveva - in tempi non sospetti - sempre il nostro Stefano Q, la rete in rame è l'esemplificazione della "tragedy of commons" (e secondo azionisti e creditori di TI non è nemmeno un common, ma un asset aziendale).
È una bomba ad orologeria, perché vale tantissimo finché è il media dell'ultimo miglio che tutti sono costretti ad usare, ma, man mano che una porzione di utenti si stacca (perché rinuncia al tel fisso o perché si collega ad Internet con altre tecnologie), i costi operativi - parametrati al singolo doppino - crescono (perché sono quasi incomprimibili e perché la rete è soggetta ad invecchiamento). A spanne giurerei che, se il 15-20% degli utenti lasciasse il rame, TI si troverebbe sopra una barca che fa acqua e non riesce più a galleggiare, con rischio di andare a fondo nel giro di pochi anni.
Se mi scusate l'eccesso di metafore, è come un incontro di judo: l'avversario è molto più grande, ma pesante e, se riuscite a metterlo in rotazione, finirà per finire al tappeto per il suo stesso peso.

In Lombardia TI si trovò da sola. Tutti gli altri operatori che non vedevano l'ora che ci fosse un soggetto superpartes che realizzasse l'infrastruttura ottica (passiva) e chiedevano che questo soggetto si prendesse carico anche dei "verticali", anche questi in fibra, fissando un equo prezzo di affitto della singola coppia di fibre. Si poteva portare avanti un progetto del genere senza TI, anzi contro TI? Forse, ma con il rischio di allungare i tempi di deployment oltre quanto poteva convenire ai banchieri che dovevano finanziare il progetto. Ergo, TI doveva essere della partita e non solo, voleva mettere nel piatto la sua rete in rame, non tanto come asset tecnologico (fasullo...) quanto come "parco clienti" da valorizzare come goodwill. Da qui la richiesta di essere l'azionista di maggioranza del nuovo soggetto, e finì che non se non fece nulla (ma c'erano anche altre gabole in corso).

Il nuovo scenario nazionale poteva essere simile all'impianto iniziale di BUL-Lombardia (e quando ho visto che Tiscar era Palazzo ci ho sperato).
A mio parere lo switch-off, atto di imperio e di turbativa del mercato azionario senza dubbio, sarebbe stato un passo indispensabile.
Tanto per iniziare è un fatto pressoché inevitabile: quando le grandi città saranno in fibra partirà la corsa a spegnere il rame, sarà come avere un cerino acceso in mano (e vedremo chi lo terrà per ultimo). Mettere nero su bianco che tra 15 anni non ci dovrà essere più rame è un'azione coraggiosa, ma non è lontana da quello che comunque succederà. Certamente toglie un alibi a TI (il rame non è un asset tecnologico), ma lascia intatta la possibilità di contrattare quanto valga il goodwill di 13 M di clienti collegati tramite doppino.
 Senza la possibilità di utilizzare indefinitivamente la rete in rame come valore (ma anzi sapendo che presto sarebbe diventata un disvalore) anche TI avrebbe dovuto venire a miti consigli circa la governance della società delle reti. 

Così non è stato ed ora temo avremo un patchwork di soluzioni e di operatori più o meno infrastrutturali, con il rischio che tra 20 anni ci sarà ancora qualcuno, tra quelli che ora sono over-50 come il sottoscritto, che pretenderà di mantenere il suo telefono analogico e/o la sua ADSL a 2M.

Ma per fare "atti di imperio" ci vorrebbe uno zar Pietro II (quello che tagliava la barba ai boiardi) e non una democrazia, specie se gli interessi di alcuni sono comunque prevalenti su quelli della collettività.

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Joy


On 03/mar/2015, at 15:22, Stefano Quintarelli <Stefano@quintarelli.it> wrote:

io non so se lo stato deve investirci dentro o semplicemente avere una golden share per motivi di interesse nazionale, ma questo non rileva rispetto all'ostacolo.

non si puo' "costringere" telecom a cedere la rete

per "convincerla" bisognerebbe comprargliela ma telecom logicamente la vorrebbe vendere a carissimo prezzo. (l'asset serve a tranquillizzare i creditori...)

se si sviluppa una nuova rete accanto a quella esistente, c'e' concorrenza infrastrutturale e quindi vengono meno delle regolamentazioni per cui telecom potrebbe abbassare i prezzi in alcune zone (e alzarli in altre) e far saltare i tempi di remunerazione della rete in fibra, complicando esponenzialmente i business cases.

e gli interventi dello stato possono essere fatti laddove lo stato non distorce il mercato e questa sarebbe una distorsione mica male

oppure lo stato puo' intervenire direttamente laddove c'e' un fallimento del mercato

non c'e' una soluzione semplice. il fatto e' che la rete e' un monopolio naturale...

il piano cerca di tenere conto di tutte queste cose: dalla rete fatta direttamente con soldi pubblici laddove c'e' fallimento di mercato al non intervento laddove c'e' concorrenza infrastrutturata, al sostegno agli investimenti nelle zone in cui la situazione e' una via di mezzo...

ciao, s.