Message: 1 Date: Fri, 26 Feb 2021 12:00:31 +0100 From: Giovanni Biscuolo <giovanni@biscuolo.net> To: nexa@server-nexa.polito.it Subject: [nexa] Uso commerciale delle opere in pubblico dominio marcate semanticamente Message-ID: <87y2fbdrg0.fsf@biscuolo.net> Content-Type: text/plain; charset="utf-8"
Buongiorno,
ciao [snip]
Ho due domande per chi ha avuto la pazienza di arrivare fin qui:
1. è possibile redistribuire un'opera in pubblico dominio con una licenza diversa "solo" perché la si codifica semanticamente, con TEI per esempio?
mi pare sensato, se hai aggiunto es. uno strato utile per farne un uso altrimenti impossibile. Ma non sono esperto di trucchi legali.
2. accademici di tutto il mondo: mi spiegate con parole semplici cosa avete contro l'uso commerciale delle opere in pubblico dominio da voi arricchite e ripubblicate? Lo sapete che così le "vostre" opere non sono più libere, non sono "Free Cultural Works" [4]?
non mi considero un accademico. Sono d'accordissimo se ti riferisci al fatto che molti lavori accademici sono pubblicati su riviste impossibili da leggere per chi non gode di affiliazioni che consentono accessi a riviste assurdamente costose, di fatto costringendo a violare il copyright per leggere quei testi. però la nota su "Free Cultural Works" non mi convince. Free non è aperto, e questo si sa (spero), non è cambiato molto da quando scrivemmo l'ingenuo e velleitario "Open non è free" https://eleuthera.it/files/materiali/ippolita_open_non_e_free.pdf ma c'è un'aggravante. gli anglo-egemoni si permettono di definire cosa è free e cosa no. mi pare davvero fuori luogo, considerando le ambiguità del termine "free". Con un'ansia classificatoria davvero insopportabile. In una voce pubblicata nel lessico "Tecnologie del dominio" ho cercato di riassumere la questione: "La cultura «Free culture» è libera? La domanda è meno leziosa di quanto sembri. La pagina riassuntiva sponsorizzata dalla FSF riportata sopra indica che la licenza da noi scelta, una CC BY-NC-SA, non è considerata «Free culture» in quanto non consente lo sfruttamento commerciale automatico: «Questa licenza non si qualifica come libera, poiché sussistono restrizioni sul pagamento in denaro delle copie». Dal nostro punto di vista, questo significa che la licenza è più libera, non meno libera! Non sempre le copie dei nostri libri o di opere da essi derivate saranno pagate in denaro, a volte saranno regalate, copiate, diffuse con altri metodi e per altre ragioni, scambiate con altri libri, con altri beni. Sono oggetti che circolano in un tessuto di relazioni, non beni di consumo, non (solo) merci. In questo come in molti altri casi le parole sono portatrici di un'intera visione del mondo. Dal punto di vista anglosassone, e statunitense in particolare, Free culture significa «cultura aperta al mercato». Siccome l'egemonia linguistica determina anche un'egemonia culturale, la FSF si può arrogare il diritto di stabilire cosa sia parte della cultura libera e cosa non lo sia. Siamo orgogliosi di non essere conformi a questa definizione. Vogliamo poter inibire a persone non affini l'accumulo di profitto a partire dal nostro lavoro, ci sembra il minimo. La chiusura nei confronti di soggetti commerciali, o ideologicamente incompatibili è sintomo di maggiore libertà, siamo liberi di scegliere con chi condividere." qui l'intera voce https://go.circex.org/licenze Certo è un desiderio utopico; ma ci tengo a sottolineare che il diritto d'autore è un diritto morale, non patrimoniale (non il copyright, anche se dal 1971 con gli accordi di Berna mi pare di capire che le due cose siano quasi equivalenti). In breve: https://go.circex.org/copyright La libertà di commercio potrebbe essere regolata dopo: se arriva qualcuno a chiedere "posso usare questo che hai fatto per far quest'altro?", valuterò e magari acconsentirò. Automatizzare, sempre e comunque, mi sembra poco accorto. Certamente, se ci sono MOLTI autori (come accade nel software, spesso), il problema si complica, ma per libri e articoli è diverso. Insomma, sono io che non capisco l'esigenza di rendere commerciabile sempre e comunque. Non libero per uso commerciale secondo me significa "non libero SEMPRE e AUTOMATICAMENTE". Questo potrebbe essere il punto di vista dell'autore, di chi scrive, cioè attinge a piene mani da altri scritti ecc. cercando di fare riferimenti corretti (citazioni ecc., anche queste snaturate dall'impact factor accademico): la cultura funziona così, nessuno inventa nulla da zero. A mio parere, siamo costretti da un mondo sempre più legalista e cavilloso a scegliere come pubblicare (ma chi comprende fino in fondo le licenze? senza contare i margini interpretativi), per proteggerci dai continui abusi che comunque possono avvenire. Non mi fido della Legge, che in particolare negli USA è quasi sempre dalla parte di chi paga di più (altrove è pure peggio, s'intende che bisogna vigilare contro l'anomia e il dispotismo).
3. non sarebbe il caso che progetti finanziati con fondi pubblici producano opere liberamente riutilizzabili, *ovviamente* anche ai fini commerciali?
Secondo me dipende. Chi è il soggetto che ne gode? Una multinazionale dai fatturati miliardari che risponde al massimo ai suoi azionisti e paga un'inezia in tasse perché fa "ottimizzazione fiscale"? Una megauniversità ammanicata con tutti i fondi di ricerca possibili, pubblici e privati, che devia gli utili in donazioni, fondazioni e startup fiscalmente esenti? o una piccola università, cooperativa, associazione, azienda, privato che paga uno sproposito in tasse, e giustamente vuole attingere ai risultati di quei progetti pubblicamente finanziati con il suo contributo? La Legge è scarsa nel distinguere, perché comincerà a ragionare di fatturati e profitti per distinguere chi ha diritto, e a burocrazia si aggiungerà burocrazia. I pesci grossi, nel frattempo, compiranno tutti gli illeciti possibili e immaginabili: tanto poi gli avvocati a libro paga sistemeranno tutto, o, alla peggio, patteggeranno lo sconto sul pagamento di qualche multa ridicola rispetto ai profitti ottenuti dagli illeciti. Invece i pesci piccoli (le piccole aziende ecc.) a cui forse ti riferisci stanno bene attente, sapendo che in ogni caso (almeno in Italia) se lo sguardo della Legge si posasse su di loro, difficilmente sarebbe tutto "in regola".
Chiudo fornendo un esempio di uso commerciale creativo: il merchandising https://dracor.org/doc/merch.
Vendere un poster come "Distant-Reading Showcase: 465 German-Language Dramas at a Glance (DHd2016, Leipzig)" ma rielaborato per "Italian-Language Dramas" NON sarebbe possibile a causa della restrizione del copyright.
Tutto il resto è spiegato in «The case for Free use: reasons not to use a Creative Commons -NC license» [4]
Capisco il problema, infatti penso che le CC-NC siano il male minore e non "La" soluzione, ma non sono d'accordo sull'automatizzare il free for commercial use. Ci vorrebbe almeno una clausola di redistribuzione, ecco tutto. e no, un libro non è un programma. infatti scrivere libri usando git non funziona affatto: il merge dei commit già è complicato, ma sulla scrittura collaborativa e l'editing è un disastro, o almeno è sovra-ingegnerizzare. IMHO. ciao k.
Saluti, Giovanni.
[1] vuoi mai che un giorno qualcuno sia addirittura disposto a pagare la mia organizzazione per (ri)codificare i testi di altri :-O
[2] semplicemente: The book is a program. (https://docs.racket-lang.org/pollen/Backstory.html)