Nella teoria habermasiana della democrazia il concetto di “sfera pubblica”, al di là della semplice demoscopia, unisce la società civile al sistema politico. Sul piano funzionale, la sfera pubblica indica l’integrazione della cittadinanza, sul piano politico l’autonomia dell’autolegislazione. Come sempre in Habermas la mediazione dialettica passa attraverso gli estremi: l’autonomia si basa sul sistema, il sistema è funzionale all’autonomia. Così Habermas diventa invincibile: al normativismo di Rawls contrappone il sistema di Marx e Luhmann, al funzionalismo di questi ultimi contrappone l’idealismo di Kant e Rawls.
La democrazia è l’anima spirituale della modernità, la modernità è l’inevitabile sbocco di un processo. Qui il termine geniale, regalatoci da Habermas all’inizio di questo saggio, è normatives Gefälle: dislivello normativo, gradiente funzionale, divario che in un senso è pendenza e bisogno, e nell’altro oltrepassamento e trascendenza. Da questa idea parte tutto il discorso. Una metafora attinta dalla chimica, il carattere insaturo dei diritti, spiega il segreto kantiano del dover-essere: insopprimibile voce della coscienza privata e, nello stesso tempo, realtà storica caratterizzante come regolativo ogni fenomeno sociale: dalle aspettative del comportamento alle morali universalistiche dell’età assiale fino alla pretesa illuministica dell’eguale rispetto e del pari trattamento.
La forma democratica del diritto moderno si basa sulla mediazione dialettica di due ruoli antagonistici: cittadino privato e cittadino pubblico. Membro egoistico della società di mercato il primo, partecipe della sovranità legislativa il secondo. Sono i due pubblici della democrazia habermasiana (two tracks model of democracy). I presupposti funzionali della separazione Stato-società derivano dalla progressiva autonomizzazione della sfera politica borghese rispetto a quella religiosa e a quella della rappresentazione principesca. Sennonché sono proprio questi presupposti funzionali – la netta separazione della società dallo Stato, dell’utile privato dal bene comune – ciò che i social digitalizzati degli ultimi decenni mettono in crisi. Infatti la sfera pubblica digitalizzata deforma, confonde e privatizza la percezione di quella separatezza funzionale di pubblico e privato che stava alla base della sfera pubblica classica.
Quest’ultima presupponeva una cittadinanza attiva fondata a) sulla cultura di una tradizione politica liberale, b) sulla relativa eguaglianza patrimoniale dei privati e c) sulla precaria controspinta dei risarcimenti dello Stato sociale alla centrifuga disgregazione capitalistica. Solo il venir meno di questi presupposti funzionali spiega oggi i fenomeni della rassegnazione civica (astensione elettorale), del populismo antipolitico, della protesta di chi si avverte “fuori gioco”. Il cittadino avverte allora la diseguaglianza come un destino insormontabile, come il definitivo “esser travolto” da una modernizzazione tanto accelerata quanto politicamente incontrollabile.
Ciò che nel populismo contemporaneo entra in crisi è proprio quel “dislivello normativo” che collegava l’idealismo della deliberazione democratica al realismo deludente della fattualità sociale. Ma Habermas non è Adorno, e non si abbandona al pessimismo storicistico della decadenza. Nella lunga nota 17 di pagina 34 lo vediamo tentare un triplice salto mortale per sfuggire al positivismo della disperazione. Proviamo a seguirlo in questa istruttiva oscillazione. Prima tesi pessimistica: la formazione della opinione e della volontà non può sottrarsi al quadro realistico della situazione di fatto. Seconda tesi ottimistica: tuttavia, né i dati-di-fatto né la loro presa di coscienza sociologica possono annientare, nell’elettorato attivo e passivo, la presunzione pregiudiziale che gli organi rappresentativi, nel rispettare la volontà dell’elettorato, seguano una politica di emancipazione. Terza tesi: un pessimismo che vuole essere immediatamente smentito: «Tuttavia, come dimostra chi polemizza a priori contro il sistema-dei-partiti, anche i cittadini più longanimi e pazienti possono rovesciare in disperazione le loro convinzioni normative, se queste vengono sottoposte a un continuo e generale disfattismo. Allora Wir sind das Volk, noi siamo il solo popolo onesto che sa che cosa è vero e che cosa è falso, mentre più nessun ponte argomentativo ci collega agli altri cittadini corrotti» (p. 34). Qui trova spiegazione anche il populismo italiano di chi intendeva aprire il sistema corrotto dei partiti “come una scatola di sardine”.
Ma la digitalizzazione della sfera pubblica potrà sempre riscattarsi in una sua autonomizzazione regolata. Nella storia millenaria della specie, osserva Habermas, dopo l’invenzione della stampa ci vollero secoli prima che tutti i cittadini imparassero a leggere. Così – einstweilen: per il momento – non possiamo ancora sapere, secondo Habermas, se la digitalizzazione continuerà in futuro a seguire il disastroso run to the bottom dell’autoaccecamento oppure aiuterà i fruitori della rete a diventare più responsabili per ciò che, come autori, hanno appena imparato a “postare” sulle loro piattaforme.
Il carattere egualitario di questa autorizzazione universale alla comunicazione si presentava all’inizio come una promessa di democrazia. Oggi si vede che la sfera pubblica digitalizzata non produce altro che caotici rumori di fondo in rimbombanti e scoordinate casse di risonanza (Echoräume). «La lava di questo potenziale antiautoritario si presentava, allo spirito californiano dei fondatori, come sostanzialmente egualitario. Oggi questa lava si è raffreddata nella smorfia anarchica dei monopoli digitali che governano il mondo» (p. 46).
Per intanto, nella formazione dell’opinione e della volontà dei cittadini, Habermas ritiene che la sfera d’azione dei partiti tradizionali, fondati sulla presenza face to face dei loro iscritti (cortei, comizi, circoli territoriali, fino ai rappresentanti eletti in parlamento) passi in secondo piano rispetto alla comunicazione pubblica di un sistema mediale (dilatato e frammentato) in cui sono i rumori di fondo a condensarsi in opinioni rilevanti ed effettive. La lotta dei partiti, come collettivi di persone fisiche che discutono sul territorio dopo aver letto i giornali, lascia sempre più spazio allo scontro delle opinioni idiosincratiche nello spazio anonimo e semipubblico dei social.
Le trasmissioni della sfera pubblica classica, nella separazione di privato e pubblico, collegavano in due ruoli separati il trasmittente e il ricevente: identificabili autori e redattori da un lato, pubblico anonimo di lettori, ascoltatori e spettatori, dall’altro. Per contro le nuove piattaforme audiovisive, che vengono progressivamente a sostituire i giornali, producono uno scambio spontaneo di contenuti da parte di un numero infinito di fruitori. La nuova sfera pubblica digitale è dilatata e polverizzata. Mentre il vecchio rapporto di trasmittente e ricevente era asimmetrico – autore da un lato, ricevente dall’altro – i nuovi legami pagano la loro reciprocità con il prezzo di una confusa indeterminatezza tra pubblico e privato, potenziale cognitivo e narcisismo esibizionistico, proposta ragionevole e intimità sregolata.
Le nuove reti comunicative, sviluppandosi all’infinito in maniera centrifuga, si sigillano dogmaticamente l’una contro l’altra. In questo saggio del 2021, l’analisi di Habermas non poteva certo prendere atto dell’abisso di regressione internazionale che si è aperto al centro dell’Europa il 24 febbraio 2022. Le sfere pubbliche occidentali risultano da allora ferocemente aggredite dal totalitarismo dei nuovi imperi geopolitici. La digitalizzazione è oggi subissata dal rumore delle cannonate. Ma per Habermas la post-truth-democracy dell’era Trump e l’assalto al Campidoglio avevano già fornito esempi evidenti della regressione populista e della corruzione della sfera pubblica nella più potente nazione democratica dell’Occidente.
L’infrastruttura mediale della nuova sfera pubblica deve fare i conti da un lato con la deformata percezione dei fruitori prodotta dai condizionamenti economici delle grandi piattaforme della rete, dall’altro lato con il crescente scetticismo dei fruitori nei confronti della democrazia, cioè nei confronti della credibilità delle istituzioni, della imparzialità della scienza, della affidabilità delle informazioni. Ciò significa che la sfera pubblica digitalizzata trasforma in corto circuito la tensione normativa tra essere e dover essere. Essa azzera quel dislivello cognitivo su cui si fondava – nella distinzione di interesse privato e bene pubblico – l’autolegislazione democratica. La perdurante assenza di ogni regolazione politica induce una crescente minoranza di fruitori a rinchiudersi nelle “casse di risonanza” delle tifoserie di chi la pensa dogmaticamente allo stesso modo.
Così, alla crescente massa di chi si astiene dal voto, si aggiunge il carattere propagandistico di minoranze faziose che si credono vittime di complotti planetari: bolle di disrupted public spheres che vedono nell’Occidente l’origine di tutti mali, nei vaccini l’infusione satanica di veleni, negli aiuti all’Ucraina gli effetti del bellicismo americano e la causa dell’inflazione incontrollabile. In senso contrario hanno preso vigore i tentativi di regolare giuridicamente l’anarchia della rete, sia facendo pagare le tasse ai proprietari delle piattaforme sia disciplinando i discorsi d’odio dei fruitori.
Sennonché Habermas mette in guardia dal fraintendere la natura normativa di questo controllo pubblico della rete: non si tratta soltanto di disciplinare il mercato delle informazioni e dei dati sensibili. Le commissioni europee addette al controllo della concorrenza e dei monopoli sbaglierebbero, secondo Habermas, ad applicare semplicemente il diritto privato della società mercantile. Nella sfera pubblica democratica si tratta di disciplinare non gli standard qualitativi delle merci bensì gli standard cognitivi delle informazioni. Come stampa, radio e televisione sono già oggi obbligati a correggere le falsità che hanno diffuso, così anche i contenuti delle piattaforme non potranno sottrarsi all’obbligo di cautela e al dovere di diligenza (duty of care, Sorgfaltsplicht) che sovrintende al dislivello normativo della democrazia.
Si vede qui l’ambizione enorme della teoria habermasiana della democrazia: controllare e misurare l’autonomia dei due pubblici su cui essa si basa. Società e Stato si coniugano tra loro passando attraverso gli estremi (il dislivello normativo da cui siamo partiti). La stessa struttura massmediale che regola il pluralismo anarchico della società, trasformandola nella cassa di risonanza dei problemi che spetta allo Stato risolvere, regola anche le decisioni vincolanti degli organi rappresentativi, cui spetta realizzare l’autolegislazione della cittadinanza sovrana. L’amministrazione statale deriva la sua legittimità soltanto dal popolo: dunque lo Stato non può regolare e programmare sé stesso con logica tecnocratica, economica, neoliberistica.
Naturalmente, secondo Habermas, l’uomo può anche decidere di spegnere il riflesso creaturale della sua libertà. Allora l’azzeramento del dislivello normativo si manifesterà sia nella ingovernabilità della cacofonia propagandistica sia nel totalitarismo dello Stato. Di qui le difficoltà cui Habermas costringe il lettore di questo saggio: una analisi senza indicazione di sbocco. Da un lato echeggia il ricordo del “cervello nella vasca”, di cui parlava Hilary Putnam, dall’altro l’idealismo normativo della Teoria della giustizia di Rawls.
Ecco allora le parole con cui Habermas conclude il suo saggio: «In un mondo inimmaginabile di Fake news – che come tale non potrebbe neppure identificare sé stesso, distinguendosi dalle informazioni vere – nessun bambino potrebbe crescere senza sviluppare sintomi clinici. Dunque non ci serve una direttiva politica, bensì un imperativo costituzionale: quello di conservare una struttura mediale che renda possibile il carattere inclusivo della sfera pubblica e il carattere deliberativo della pubblica formazione dell’opinione e della volontà» (p. 67).
Nota al titolo dell’articolo
1 Jürgen Habermas, Überlegungen und Hypothesen zu einem erneuten Strukturwandel der politischen Öffentlichkeit, raccolto in M. Seeliger, S. Sevignani (a cura di), Ein erneuter Strukturwandel der Öffentichkeit? (=Leviathan. Sonderband 37) Baden-Baden 2021. Il saggio viene ripreso nel recente volume J. Habermas, Ein neuer Strukturwandel der Öffentlichkeit und die deliberative Politik, Surhkamp Verlag, Berlin 2022, pp. 9-67.
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1. Progress and trends in OSS policies | Open Source Observatory
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2. Re: i language model alle prove INVALSI (Antonio)
3. Re: i language model alle prove INVALSI (Guido Vetere)
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Message: 1
Date: Wed, 31 Jul 2024 13:13:00 +0000
From: "Antonio Vetro'" <antonio.vetro@polito.it>
To: mailing list nexa <nexa@server-nexa.polito.it>
Subject: [nexa] Progress and trends in OSS policies | Open Source
Observatory (OSOR)
Message-ID: <C5B5A809-034A-4123-A93C-665AF9419928@polito.it>
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A new report<https://joinup.ec.europa.eu/sites/default/files/news/2024-07/SC32_D04.03_Paper%20on%20progress%20and%20trends%20in%20the%20national%20open%20source%20policies%20and%20legal%20frameworks.pdf> from the European Commission's Open Source Observatory provides an in-depth qualitative analysis of open source policy across 15 European and non-European countries. It is based on the research carried out for the series of Open Source Country Intelligence Reports<https://joinup.ec.europa.eu/collection/open-source-observatory-osor/open-source-software-country-intelligence> by the OSOR team. Highlighting the increasing importance of open source technologies in the public sector, the report offers valuable insights for policymakers, public administration officials, and the open source community.
Key findings reveal that governments, including those in the EU, are adopting open source to enhance digital sovereignty, data privacy, and control over digital infrastructures. Open source has proven crucial during crises like the COVID-19 pandemic, improving transparency and accelerating the rollout of essential digital services.
The report underscores the role of cities, regions, and municipalities in driving open source adoption due to its cost-effectiveness and local adaptability. Collaborative efforts among these entities and regional IT providers are essential for implementing regional digital services.
[….]
https://joinup.ec.europa.eu/collection/open-source-observatory-osor/news/new-publication-progress-and-trends-oss-policies
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Message: 2
Date: Wed, 31 Jul 2024 19:37:45 +0200
From: Antonio <antonio@piumarossa.it>
To: nexa@server-nexa.polito.it
Subject: Re: [nexa] i language model alle prove INVALSI
Message-ID: <20240731193745.a3bb245dd28ed9787ce52a9e@piumarossa.it>
Content-Type: text/plain; charset=ISO-8859-1
> ci sono le bugie, le maledette bugie, e i benchmark .. :-)
> comunque quando i modelli multilingua di Meta, DeepMind e Mistral sui
> benchmark italiani vanno al doppio di quelli 'autarchici', qualcosa dovrà
> pur dire
Se per questo vanno anche venti volte meglio [1], ma è un numero che non vale nulla.
Stiamo confrontando mele con pere.
Alcuni sono Base model, altri SFT (Supervised Finetuning), RM (Reward Modeling), RL (Reinforcement Learning) model.
I Base model (come Minerva-3B-base) non sono assolutamente adatti per questo tipo di confronti.
Oltre, ovviamente, al fatto che 3B è un tantino meno di 405B.
Lungi da me parteggiare per i modelli autarchici per amor patriae, sul Modello Italia non credo di esserci andato leggero [2], ma da qui a dire che i modelli multilingua sono migliori a prescindere non mi trova d'accordo.
I modelli multilingua sono solo un enorme spreco per l'ambiente.
Prendiamo un Minerva-3B-base, gli diamo in pasto qualche centinaio di migliaia di prompt di buona qualità (sono sufficienti un centinaio di GPU/days per il reinforcement learning) e poi rifacciamo girare lo script di benchmark. Scommettiamo che il divario diminuisce?
A.
[1]
claude-3.5-sonnet: 92.2
Meta-Llama-3.1-405B-Instruct: 86.1
gpt-4-turbo: 86
gemini-pro-1.5: 81.2
...
Minerva-3B-base-v1.0: 4.9
[2] https://www.saela.eu/modelloitalia/
------------------------------
Message: 3
Date: Thu, 1 Aug 2024 07:44:44 +0200
From: Guido Vetere <vetere.guido@gmail.com>
To: Antonio <antonio@piumarossa.it>
Cc: nexa@server-nexa.polito.it
Subject: Re: [nexa] i language model alle prove INVALSI
Message-ID:
<CAD3hHB662TYdLyaUTNXx8cK9-Y1coDNtNBQLubMtgG0hB4Y0RQ@mail.gmail.com>
Content-Type: text/plain; charset="utf-8"
Certo, confrontiamo le cose comparabili.
Tra i modelli c.d. 'aperti' di dimensioni <= 70B spiccano oggi Llama 3.1
70B (82.7) e gemma-2 27B (80.7), che hanno ormai prestazioni comparabili
con i modelli 'chiusi' come GPT e Claude (non parlo solo del task INVALSI
naturalmente, la situazione 'sul campo' sta diventando molto interessante).
I modelli italianissimi sono saldamente in fondo, anche quelli instructed.
Un po' certamente si deve alle dimensioni (d'altra parte su come costruire
un 70B solo con testi italiani 'kosher' nessuno ha uno straccio di idea),
un po' si deve alle instruction, diciamo che ci si dovrà lavorare, però mi
sembra che l'autarchia linguistica non stia producendo grandi risultati
fino ad oggi.
Infine certo: un benchmark è solo un benchmark (anche quelli 'standard'
come le risposte multiple), la vera misura l'avremo quando potremo
ragionare sull'adozione.
Cheers,
G.
On Wed, 31 Jul 2024 at 19:37, Antonio <antonio@piumarossa.it> wrote:
> > ci sono le bugie, le maledette bugie, e i benchmark .. :-)
> > comunque quando i modelli multilingua di Meta, DeepMind e Mistral sui
> > benchmark italiani vanno al doppio di quelli 'autarchici', qualcosa dovrà
> > pur dire
>
> Se per questo vanno anche venti volte meglio [1], ma è un numero che non
> vale nulla.
> Stiamo confrontando mele con pere.
> Alcuni sono Base model, altri SFT (Supervised Finetuning), RM (Reward
> Modeling), RL (Reinforcement Learning) model.
> I Base model (come Minerva-3B-base) non sono assolutamente adatti per
> questo tipo di confronti.
> Oltre, ovviamente, al fatto che 3B è un tantino meno di 405B.
> Lungi da me parteggiare per i modelli autarchici per amor patriae, sul
> Modello Italia non credo di esserci andato leggero [2], ma da qui a dire
> che i modelli multilingua sono migliori a prescindere non mi trova
> d'accordo.
> I modelli multilingua sono solo un enorme spreco per l'ambiente.
> Prendiamo un Minerva-3B-base, gli diamo in pasto qualche centinaio di
> migliaia di prompt di buona qualità (sono sufficienti un centinaio di
> GPU/days per il reinforcement learning) e poi rifacciamo girare lo script
> di benchmark. Scommettiamo che il divario diminuisce?
>
> A.
>
> [1]
> claude-3.5-sonnet: 92.2
> Meta-Llama-3.1-405B-Instruct: 86.1
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> gemini-pro-1.5: 81.2
> ...
> Minerva-3B-base-v1.0: 4.9
>
> [2] https://www.saela.eu/modelloitalia/
>
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