Ciao Marco, esistono ricerche e studi internazionali, da anni, su come valutare l’impatto ambientale di prodotti/servizi ICT tenendo conto degli aspetti positivi e negativi. Di solito di classificano come effetti di primo ordine (diretti), secondo ordine (indiretti) e terzo tipo (reboud). Nel tuo ragionamento c’è una “baco" di fondo dal punto di vista ambientale: rifiutarsi di prendere in considerazione anche solo l’idea di poter essere oggetto di assessment. Non si possono confrontare in modo binario (on/off) una verità scomoda (l’impatto del digitale) in nome di ben altro ( i risparmi di emissioni che esso consente). Quando il digitale consente di dematerializzare delle attività va considerato il guadagno (supponiamo alto), ma anche le nuove emissioni e gli effetti di rimbalzo. Ossia: considerare il sistema nel suo insieme. La lotta ai cambiamenti climatici si fa (e non è retorica) facendo ognuno la sua parte. Anche gli informatici. Nessuno è escluso e nessuno può tirarsi fuori (come invece fanno tutti in tutti settori!) additando altri come maggiormente responsabili e dunque autoassolvendosi a priori. E poi non ogni attività o applicazione digitale smaterializza qualcosa. Talvolta aggiunge solo. Continuiamo a farlo, ma meglio. Il punto è che il mondo dell’innovazione potrebbe inserire propri i criteri di sostenibilità ambientale come criteri per fare meglio! Nessuno (a meno che non sia matto) dice di “non essere digitali” o di “non sviluppare nuovo servizi o applicazioni”. Ma farlo meglio si può ed è anche uno straordinario motore di innovazione. Sappiamo tutti che non c’è un solo modo di sviluppare nel digitale. Siamo stati abituati al “e chi se frega delle risorse che tanto non costano nulla” considerando solo rapidità e guadagno come requisiti (oltre a quelli funzionali). Come d’altronde è sempre avvenuto in tutti i settori prima che si sviluppasse una domanda consapevole che guida la nascita di un nuovo mercato. Pensiamo al cibo come caso emblematico. Giovanna Il giorno mer 20 gen 2021 alle ore 10:32 Marco Fioretti < mfioretti@nexaima.net> ha scritto:
C'e' una cosa di cui, secondo me, forse ancora non si sono resi conto tanti di quelli che denunciano l'enorme inquinamento prodotto da computer, cloud, netflix eccetera.
Quello che e' successo l'anno scorso. Appena il mondo industrializzato e' entrato in qualche forma di lockdown, cioe' appena e' stato costretto a rimpiazzare produzione di oggetti e movimenti fisici non indispensabili con maggiore "consumo" di bit, le emissioni globali sono calate. Temporaneamente, ma sono calate eccome.
Ovvero: se l'informatica consuma 100, ma grazie ad essa si potrebbe vivere in un modo meno cretino del normale, senza aspettare che ti ci costringa un virus E risparmiando 500, di che stiamo parlando?
Marco
On Fri, Jan 15, 2021 at 17:51, Angelo Raffaele Meo <meo@polito.it> wrote:
carissimi, da fanatico apostolo dell'informatica ho polemizzato a lungo, nel corso di una cena, con mia figlia Michela sul dibattito di Nexa e su Gabanelli, Sissa, ecc, Oggi Michela mi ha mandato un enorme volume di dati Vi giro ancuni di questi dati. Leggete sino alla slide 14, per risparmiare tempo. Non ho idee chare. Comunque direi: Se dovete eseguire un po' di prodotti del tipo 569*3286, accontentatevi del telefonino e non comprate un supercomputer dell'ultima generazione. Inoltre, non collegatevi a un cloud a cui trasmettere i fattori dei vari prodotti per fargli eseguire le varie moltiplicazioni. Temo che la logica del cloud sia pericolosa per l'ambiente. Temo anche che abbiano un po' di ragione gli oppositorie del 5G. Raf _______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa
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