Caro Giacomo,

vorrei ringraziarti per la tua risposta (anzi, le tue risposte) alla mia domanda, che a scanso di equivoci non voleva essere né sarcastica né sprezzante. Mi fa piacere tu l'abbia interpretata come un'onesta richiesta di capire meglio la tua posizione.

Detto questo, metti molta carne al fuoco e non mi sento in grado, almeno in questo momento, di risponderti come meriti. Ci devo pensare.

Mi limito ad osservare che, come ebbe a dire un altro europeo eccellente (il generale Charles de Gaulle) si tratta di un "vaste programme". A differenza di de Gaulle non uso l'espressione per liquidare le tue idee, come pare il generale facesse spesso. Tuttavia, come de Gaulle (e molti altri) la uso per segnalare che per andare dal punto A al punto B, direi anzi nel nostro caso quasi al punto Z, bisogna avere coscienza dei rapporti di forza in campo, di ciò che è possibile nel breve, medio e lungo periodo, e di quali siano le opzioni "procedurali" concrete. Nel riflettere ulteriormente sui tuoi spunti, tengo questi aspetti ben presenti.

Grazie ancora per le tue riflessioni.

A presto,

Andrea

On Fri, Mar 15, 2019 at 1:30 PM Giacomo Tesio <giacomo@tesio.it> wrote:
Condivido (con il permesso dell'autore) questa fantastica obbiezione
che mette in discussione le fondamenta del mio discorso in risposta ad
Andrea.

> On 14/03/2019, Giacomo Tesio <giacomo@tesio.it> wrote:
> >
> > Nota il linguaggio che uso: stiamo parlando di geopolitica, e ti sto
> > proponendo di usare la distribuzione della conoscenza tecnologica fra
> > la popolazione Europea (e Africana, e di chiunque altro voglia usare i
> > software e i materiali didattici che creeremo) come strumento di
> > difesa militare, come uno scudo capace (se correttamente realizzato)
> > di proteggere l'Europa da una guerra mondiale che è già iniziata.
>
> Francamente, Signor Tesio, parlare di guerre mondiali a fronte di un
> conflitto che è principalmente commerciale è decisamente eccessivo.
> La fa apparire come un complottista allucinato togliendo
> credibilità alle riflessioni e alle proposte pur interessanti che
> sempre condivide in lista.
>
> Guardi fuori dal Suo computer ogni tanto. Vede bombe? Vede morti?
>
> Non siamo territorio di guerra. Siamo parte di un mercato globale che
> garantisce una pace effettiva. [...]
>
> Se anche Lei avesse ragione, se si stesse preparando una nuova guerra
> mondiale, davvero pensa che la cultura possa difendere qualcuno?
> Nella storia umana non è mai accaduto.

Non so come ringraziare l'autore (che preferisce non essere citato)
per la profondità e l'intelligenza di questa obbiezione.

L'unica cosa di cui non posso dubitare è che sto dubitando, dunque vi
è sempre il rischio che le mie opinioni siano in qualche modo
"allucinate".
D'altro canto questo rischio è generale, valido per tutti i membri
della nostra specie: siamo tutti chiusi nella nostra personale caverna
di Platone, con i nostri limitatissimi sensi, il linguaggio e poche
altre invarianti geneticamente determinate dalla evoluzione della
nostra specie, come unici appigli per immaginare cosa capiti fuori.

Che posso dire dunque? "Se mi sbaglio, corrigetemi!" :-D




Detto questo, credo che l'autore sbagli.




A causa di una serie di vicissitudini personali, mi ritrovai a
frequentare un paio di mesi di quinta elementare a Reggio Calabria,
città natale di mia madre.

Ricordo molto bene che a fronte di una mia domanda in classe su cosa
fosse la mafia, la maestra mi rispose (con un piglio che mi parve
offeso e... preoccupato) "La Mafia non esiste. E' un invenzione del
Nord per danneggiare l'immagine delle nostre belle terre."
Questa risposa chiuse completamente la conversazione: cosa potevo
obbiettare io, venendo dal Nord, colpevole di inventare calunnie
contro un'intera popolazione che si era dimostrata incredibilmente
amichevole e accogliente?

Parliamo della fine degli anni 80. La SECONDA guerra di 'ndrangheta
era ancora in corso, causando circa 700 morti proprio a Reggio
Calabria.

Io venivo schermato da queste informazioni (posso solo immaginare con
quale ansia da parte dei miei parenti), ma lì I MORTI C'ERANO nelle
strade. Eppure nessuno li vedeva. Neppure lo Stato. "La Mafia non
esiste" diceva _la_maestra_.

Dunque il fatto che non vediamo i morti, non implica che non ci sia una guerra.
Magari semplicemente non li vogliamo vedere?

O magari non li VOGLIAMO ricondurre ad atti di guerra, come le vittime
della strage di Piazza Fontana o della strage di Bologna?



Ok ma... e le bombe? Dove sono le bombe?

Le armi di questa guerra sono informatiche.
Sono informazioni che si manifestano come dati e programmi (ma non solo).

L'accumulo di dati, informazioni, algoritmi e programmi capaci di
manipolare le persone.
Ogni singola vulnerabilità zero day deployata su miliardi di macchine.
JavaScript eseguito automaticamente dai browser con HTTP come sistema
di distribuzione del software.
Il "cloud" e simili MitM su scala mondiale quali Cloudflare.
E poi HTTP/2, QUIC, il sistema di DNS, etc... etc... etc...

Tutte ARMI FORMIDABILI, nascoste in bella vista.


Su questo purtroppo però si pone una race condition.

L'unico modo per VEDERE queste armi informatiche e riconoscerle come
tali è disporre delle competenze informatiche necessarie a capire
veramente come funzionino.

Studiare non ha mai ucciso nessuno, per cui io suggerisco agli Europei
di studiare.
Una volta compreso il loro funzionamento, non è poi così difficile
disinnescarle.
Perché, ripeto, l'Informatica tratta l'Informazione.
La consapevolezza di avere una microspia in casa è un'ottimo incentivo
a toglierla. Proprio perché ci si rende conto di essere stati babbei a
comprarla in prima istanza.

Per contro queste armi sono in grado di determinare governi,
facilitare crisi come la Brexit, crisi borsistiche, crash
aeronautici... e dunque in effetti di uccidere e di limitare la
libertà intellettuale, personale, sociale, economica e politica.


Dunque anche qui confermo la mia posizione.

In una guerra mondiale INFORMATICA, la distribuzione della conoscenza
informatica e della computazione sono il migliore scudo che l'Europa
possa costruire per tutelare il proprio territorio, la propria
autonomia e la libertà dei propri cittadini.

Si potrebbe riflettere se sia proprio il mercato globale (cui faceva
riferimento l'autore) a costringere i contendenti a confrontarsi su un
piano informatico piuttosto che il rischio di una distruzione totale
del pianeta a fronte di un conflitto militare atomico diretto, ma...
temo di essere già stato fin troppo noioso (e me ne scuso).



In sintesi comunque, può essere che io debba alzare gli occhi dal mio
computer più spesso.

Ma può anche essere che la maggioranza degli Europei dovrebbe iniziare
a smontare il proprio computer, il proprio cellulare, la propria
Alexa, iniziare a capire come funziona, a scriverne il software, ad
implementarne i protocolli di rete etc...

Possibilmente, prima che l'Europa venga annessa al vincitore.


A presto!


Giacomo
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