Caro Giovanni, capisco che ci siano molti punti di vista, ma per evitare inutili controversie mi sono limitato a citare il documento ISO/DIS 23257 Blockchain and distributed ledger technologies — Reference architecture (ancora non pubblico). Nel Technical Committee : ISO/TC 307 Blockchain and distributed ledger technologies ci sono state molte discussioni su questo punto, alla fine si è arrivati alla sintesi che ho indicato e che secondo me è la più giusta. Il tipo di proof secondo me non è una discriminante, invece lo è la forma del DLT, se è implementato come catena di blocchi è giusto chiamarlo blockchain. La POW ha senso soltanto in alcuni casi, per esempio in alcune criptovalute, per utilizzi industriali si può ragionare su algoritmi differenti. Un saluto Massimo Canducci Il 31/08/20 18:02, Giovanni Biscuolo ha scritto:
Gentile Massimo,
Massimo Canducci <massimo@canducci.eu> writes:
Quel che più mi disturba quando sento parlare di Blockchain è il vizietto che tanti hanno di attribuirle proprietà e capacità che non ha.
Uno di questi è il tema della "certificazione della filiera" che sarebbe (secondo alcuni) abilitata dalla blockchain, cosa che purtroppo fa presa sulla popolazione, ma che è esclusivamente fuffa cosmica.
In passato ho scritto questo proprio per fare chiarezza: https://www.techeconomy2030.it/2020/01/08/blockchain-per-controllo-filiera-a... Grazie per aver condiviso l'articolo che fa senza dubbio chiarezza ulteriore sui limiti dei "distributed ledger".
Da quello che ho capito fino a ieri, però, l'elemento discriminante tra un DL e una blockchain è l'utilizzo di una "proof of work": cosa ne pensa?
Lo chiedo per due motivi:
1. alcuni tecnologi lo sostengono, nonostante il Merriam Webster non citi nemmeno la proof of work [1]
2. non vorrei si dimenticasse, in un eventuale "boom" di utilizzo di DL, che le "proof of work"… rischiano di assorbire l'energia di due pianeta Terra :-)
Detto in altre parole: la "proof of work" per scrivere nei distributed ledger è da abolire.
[...]
Saluti, Giovanni.