Caro Juan Carlos,
grazie per aver condiviso questo articolo.
Mi pare infatti che il problema centrale non sia di per sè il controllo tramite meccanismi più o meno automatici dei tempi di lavoro. Si tratta senz'altro di una questione importante, ma non è certo un fenomeno nuovo. Per altro vorrei segnalare che almeno due grandi confederazioni sindacali europee (ETUC e IndustriALL) hanno in più occasioni sostenuto che il problema non sia la misurazione delle attività sul posto di lavoro in sé (poiché tali misurazioni spesso possono anche portare all'identificazione per esempio di "colli di bottiglia" dannosi per i lavoratori stessi e/o fornire dati utili a negoziare con il datore di lavoro su un piano di parità) quanto la definizione condivisa, con la partecipazione dei lavoratori, di cosa si debba misurare e come, nonché di chi abbia accesso e possa legalmente usare i dati risultanti. Di nuovo, questioni non particolarmente nuove.
Mi pare anche che l'articolo accentui troppo, credo per una questione di visibilità mediatica, il supposto "licenziamento automatico" dei lavoratori. In realtà, ad una lettura più attenta, si legge che ciò che vengono generate automaticamente sono delle "termination notices" che devono comunque passare per una serie di controlli "manuali" da parte dei supervisori. E poi, da un punto di vista legale, è comunque il rappresentante legale di Amazon e/o dei suoi fornitori a firmare l'eventuale lettera di licenziamento e a prendersene la responsabilità. Sicuramente la maggiore automazione delle analisi sottostante ad una decisione del caso è un problema importante, ma non credo sia così centrale come l'articolo pare suggerire.
Ciò che secondo me emerge in maniera prepotente dalla lettura dei documenti del caso è l'assoluta assenza di un'azione a livello collettivo (sindacale o meno) da parte dei lavoratori coinvolti nella vertenza, nonché l'assunto (da parte dei legali di Amazon, beninteso) che le lamentele e/o obiezioni da parte del singolo lavoratore, anche in presenza di obiezioni equivalenti da parte di altri lavoratori, non possano costituire una "attività concertata protetta" ("concerted protected activity"). In altri termini Amazon, certamente non da sola nel panorama industriale statunitense (e non solo) alza significativamente l'asticella e rende molto più difficile l'azione collettiva e sindacale.
Accettare un approccio di questo tipo sarebbe estremamente problematico non solo per le realtà lavorative "tradizionali", come i centri di smistaggio di Amazon tutto sommato sono, ma ancor più per moltissimi lavoratori che usano le cosiddette "online labour platform" e che sono spesso non solo monitorati più intensamente e in modo meno trasparente degli impacchettatori di Amazon, ma che soffrono anche di un isolamento fisico e comunicativo rispetto agli altri lavoratori in simili condizioni, isolamento che tali piattaforme sono spesso volutamente progettate per acuire. E' la vecchia tattica del "divide et impera".
I sindacati (italiani e non) hanno delle enormi responsabilità nel non aver voluto comprendere, soprattutto negli anni '90 / primi anni 2000, i cambiamenti strutturali dei mercati del lavoro causati (anche) dalla digitalizazione, e per aver di fatto ignorato una forza lavoro emergente che non rientrava nei classici schemi industriali. Detto questo, molti sindacati europei - e non solo, ma non conosco bene la situazione nel resto del mondo - si stanno attivando per essere più presenti anche in realtà a loro aliene (e viceversa). Un'analisi interessante, tra le altre, la si trova in questo articolo dell'Organizzazione Internationale del Lavoro:
https://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/---ed_protect/---protrav/---travail/documents/publication/wcms_624286.pdf.
In sintesi, a me pare che la vera questione strategica qui non sia il controllo dei tempi di lavoro, o la supposta automatizzazione dei licenziamenti, quanto l'esistenza (o meno) e la natura dell'organizzazione collettiva dei lavoratori e dei risultanti rapporti di forza con i datori di lavoro. Per altro, avere una rappresentanza sindacale bene organizzata è spesso un vantaggio anche per il datore di lavoro stesso, almeno sul medio periodo.
A presto,
Andrea