On 08/13/2013 11:22 AM, Giuseppe Mazziotti wrote:


Esiste un problema italiano nell'applicazione di rimedi civili a tutela del diritto d'autore (che non è solo il diritto delle criticatissime, e spesso a ragione, major, ma quello anche degli autori e dei produttori indipendenti virtuosi, che sono molti, in Italia). Ormai l'enforcement gli autori e i piccoli produttori non lo prendono neppure in considerazione per quanto è inefficace e per quanto è impossibile da azionare con l'italica versione del notice-and-takedown, che presuppone il ricorso a una autorità giudiziaria o amministrativa (la legge del 2003 menziona anche l'autorità amministrativa,

Salve,

c'è anche da considerare che molti artisti non prendono in considerazione l'enforcement semplicemente perché sanno e hanno constatato che la c.d. pirateria senza scopo di lucro è economicamente vantaggiosa per loro stessi. Sono fermamente convinto che l'avv. Scialdone ed il sottoscritto lo abbiano mostrato efficacemente analizzando, anni fa, l'impatto economico della pirateria priva di scopo di lucro in Internet sulla base di studi super partes nel primo capitolo del "Libro bianco su diritto d'autore e diritti fondamentali nella rete Internet" nel 2011. Sono passati 2 anni da allora, e le nuove ricerche non fanno altro che confermare, ancora e ancora, il tutto. Perserverare nello spacciare la pirateria priva di scopo di lucro come causa di danno economico per gli artisti ed i creatori di contenuti è a mio avviso un errore grave che dimostra tristemente l'impreparazione scientifica (in buona o mala fede?) dei sostenitori dell'enforcement.

anche se in modo generico: sic). Non è un caso che gli unici Paesi che hanno emanato o stanno considerando l'emanazione di un regolamento amministrativo per la tutela del diritto d'autore siano l'Italia e la Spagna, e cioè quei Paesi in cui il meccanismo di 'notice' passa dall'autorità per un controllo preventivo di legalità, che lo rende inutile, costoso, inefficace, etc. Non è un caso che la Commissione UE stia studiando il modo di rendere questo meccanismo uniforme ed efficace in tutta Europa. Nessuno dice che il controllo di legalità non ci debba essere, ma il nocciolo della questione è come questo controllo debba aver luogo.


Si tratta di una bella sfida, il notice and takedown americano è fallito da anni ed anni, non ha alcuna efficacia per l'enforcement, e viene frequentemente usato come strumento di censura preventiva, inutile penso sia citare tutti gli studi che hanno dato, in un lungo arco temporale, precise indicazioni in merito. Fra parentesi leggo che solo nella prima parte del 2013 sono state sottoposte 100 milioni di notice solo a Google, senza alcuna diminuzione del "tasso di pirateria presunto" come conseguenza.

Vedremo cosa proporrà la Commissione, sempre tenendo conto dell'importante sentenza della ECJ di cui parlò anche Alessandro Longo su Repubblica
<http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/11/24/news/pirateria_europa_vieta_filtri_web-25514353/>

e sempre tenendo conto che non è compito del legislatore proteggere qualsivoglia modello commerciale con monopoli e concessioni ad hoc, soprattutto quando tali distorsioni del mercato possono provocare danni alla libera concorrenza e all'accesso alle informazioni da parte dei cittadini o addirittura possono ledere in maniera diretta o indiretta i diritti fondamentali dell'individuo.

Ci sarebbe anche da esaminare se "il controllo" sia davvero desiderabile per gli artisti e se per l'appunto non si tratti di un MITO, viste le difficoltà tecniche per attuarlo. Che si tratti di un mito, ne abbiamo indicazioni dal 1999: a fronte di un insieme imponente di leggi scritte direttamente dall'industria del copyright e "ciecamente" firmate e promulgate dai legislatori in vari paesi (sia USA, sia Paesi Membri dell'UE, sia paesi asiatici come Corea del Sud e Giappone) la pirateria senza scopo di lucro ne è sempre uscita rafforzata. Leggi percepite come inique hanno come effetto principale quello di migliorare i sistemi tecnici di protezione della privacy e dell'identità e rafforzare la visione della condivisione di contenuti protetti da copyright come pratica socialmente non solo accettabile, ma anche meritoria, come anche mostrato da diversi studi. Leggi impotenti ed inapplicabili, allo stesso tempo, non incidono in alcun modo. A livello di Commissione Europea, la prima che se ne rese conto pienamente fu credo il Commissario Viviane Reding nel 2009, con il suo interessante discorso oggi noto come "pirates are sexy".


Ciò detto, anch'io sono convinto che l'enforcement sia solo un aspetto del diritto d'autore, che in Italia è stato trascurato ('tanto rumore per nulla'), ma chissà perché il dibattito italiano su aspetti come la gestione dei diritti, la SIAE, etc si riduce sempre a brevi frasi tipo 'servono nuovi modelli di business', 'siamo contro la pirateria, ma...', 'la SIAE ha fatto questo e quest'altro di male, etc', 'Occorre maggiore flessibilità: Creative Commons è la soluzione': tutte cose che hanno sempre un fondo di verità, ma evitano un'analisi seria e costruttiva dei problemi che relegano l'Italia nella periferia dell'Europa.

Ecco, oggi nel 2013 può essere opportuno tirare le somme su questi modelli di business alternativi. Ne esistono molti che funzionano e fanno vivere bene (cioè in condizioni economicamente agiate) decine di migliaia creatori di contenuti, basta saperli usare. Ne esistono tanti altri che invece hanno fallito, e in un'"epoca" in cui una tecnologia disruptive si sta diffondendo capillarmente, è normale e inevitabile che sia così. Nel 2014 magari, con l'aiuto di istituti specializzati, potremmo condurre nuove ricerche in merito per avere dati quantitativi e non soltanto qualitativi che possano confermare o smentire le mie (e di tanti altri) idee.

Per quanto riguarda la situazione dell'Italia, credo che a parte i problemi culturali e di lobby dell'industria del copyright che offuscano la capacità di analisi dei decisori, che pure sono problemi molto gravi (basti pensare agli "studi-truffa" sottoposti ai decisori), ci sia un problema tecnico a monte, e cioè la situazione di infrastrutture sgangherate ed overselling esagerato dei fornitori di connettività Internet residenziale, ed un problema economico.

Tu citi come esempio l'Olanda, l'Inghilterra e i paesi scandinavi, sostenendo che lì ci sono più servizi di offerta digitale di contenuti che in Italia, perché in Italia ci sarebbe meno enforcement. Ma questo non è necessariamente vero, o meglio stai assumendo una correlazione causale senza tener conto di variabili chiave. Controprove: in Italia ci sono più infrazioni presunte che in Olanda, semplicemente perché in Olanda il download privo di scopo di lucro di qualsiasi opera protetta da copyright è perfettamente legale, e quindi non può essere conteggiato come infrazione. In Inghilterra, il traffico totalmente criptato (nel senso che è criptato fin dall'ingresso e fino all'uscita dal Regno Unito) è 25 volte superiore che in Italia, e non possiamo dire se in questo traffico criptato ci siano infrazioni del copyright che, se il traffico non fosse criptato, sarebbero conteggiate come avvenute in UK. In Svezia, le gestione diretta di server dedicati o virtuali da parte di cittadini privati è tipo 100 volte superiore (sulla cifra esatta però devo controllare) che in Italia (normalizzando per la forte differenza di quantità di popolazione). E così via.

Ergo, seguendo il tuo stesso ragionamento (ma commetterei il tuo stesso errore), potrei allora affermare che è il fatto che i download di materiale protetto da copyright siano legali a stimolare la crescita delle offerte digitali a pagamento. Solo dati aggiuntivi possono aiutare a chiarire: la metà di popolazione che "pirata" (secondo la visione dell'industria del copyright) abitualmente in Olanda, spende in contenuti protetti da copyright 10 volte di più della restante parte che non lo fa (sto approssimando, per dati più precisi ti rimando agli studi contenuti nel capitolo del libro citato sopra). Questo è un dato che insieme a tutti gli altri non rafforza necessariamente la mia ipotetica assunzione, ma rende la tua sicuramente falsa.

C'è inoltre un'ulteriore possibilità, avanzata da diversi ricercatori, e cioè che sarebbe la mancanza di offerta legale adeguata a stimolare la pirateria priva di scopo di lucro (inversione totale di causa ed effetto rispetto alla tua assunzione). Io non credo a questo, perché ritengo che la volontà di condivisione di qualsiasi opera senza scopo di lucro sia semplicemente insita da sempre nell'uomo e sia uno strumento straordinario per la creatività, il benessere sociale e l'abbassamento della soglia di accesso all'arte e alla cultura, ma la teoria ha la sua dignità.

In realtà sarebbe necessario, altrimenti non si può avere consistenza per correlare causalmente "enforcement" a "maggior numero di piattaforme/vendite digitali", per lo meno (ma proprio come condizione minima) andare a confrontare ed inserire nella presunta correlazione la diversa situazione economica media e relativa capacità di spesa del cittadino olandese, svedese, inglese ecc. con quelle del cittadino italiano, la pressione fiscale sulle imprese che operano o vorrebbero operare in Italia rispetto a quelle che operano in Olanda, Inghilterra, Svezia ecc, e la frammentazione delle licenze nel mercato interno dell'Unione.

Saluti,
Paolo