L'articolo di JC, per quanto semplificato per un giornale generalista, sottolinea una questione assai rilevante: il ruolo dell'Università come "soggetto" produttore di saperi e non solo di "nozioni/informazioni". Inoltre dice che la ricchezza dell'Università, proprio per l'auspicato stretto rapporto tra ricerca e didattica è "paramount" e insostituibile soprattutto laddove i "discenti" - che sono di volta in volta anche ricercatori, dottorandi, dottorati, specializzandi, lavoratori (delle cliniche universitarie, i.e.), stagisti e corsisti serali - sono in grado di portare punti di vista nuovi e alternativi, saperi non ortodossi e innovativi.
E' ovvio che gli OpenCourseWare del MIT e le lezioni online di Stanford sono un eccezionale e utile e comodo complemento alla didattica, ma la produzione di sapere passa anche per esperienze non strutturate e formalizzate (il sapere tacito), ad esempio quando l'UNiversità, come poche isituzioni, facilita l'incontro, il dialogo, il confronto e la critica.
La missione dell'università È "formativa" e lo è in senso lato, cioè non può prescindere da tutto questo. Ogni prospettiva di reductio ad unum della sua missione è di per sè fuorviante e fasulla.
My two cents
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“The Net interprets censorship as damage and routes around it.”
– John Gilmore