Salve Valeria, grazie della segnalazione. Prospettiva interessante e pure auspicabile quella di Bonini, che però appare un po' ingenua quando, alla ricerca disperata di focolai di resistenza si focalizza su casi specifici di lavoratori sfruttati e ignora invece le centinaia di miliardi che il controllo individuale su larga scala permette di fatturare a società come Google o Facebook. ``` Al potere di manipolazione delle menti individuali (molto dubbio ed empiricamente difficile da provare), preferisco l’indagine del potere economico e politico che queste aziende esercitano. ``` Mi sorprende sempre osservare come sempre più intellettuali siano vaganente¹ consapevoli della sorveglianza capillare subita da miliardi di persone e siano contemporaneamente consapevoli dei fatturati esorbitanti delle aziende che attuano tale sorveglianza, ma non riescano ad immaginare come tali aziende realizzino tali fatturati. È ovvio che queste società utilizzano i dati raccolti per influenzare i comportamenti (commerciali o meno) di miliardi di persone. Questa influenza è statisticamente efficace. Che poi sia un controllo "mentale" o meno dipende dalla definizione di "mente". Di certo queste persone si comportano come richiesto un numero sufficiente di volte da garantire il potere economico e politico delle società di cui parliamo. Il problema fondamentale che impedisce di riconoscere quei fatturati stratosferici come evidenza incontrovertibile dell'efficacia della manipolazione statistica di cui parliamo è di natura psicologica. Forse persino psicopatologica. Per l'intellettuale che si porta in giro un cellulare Android, ha una casella GMail, naviga abitualmente il web con Google Chrome e chatta com gli amici su WhatsApp riconoscere l'efficacia della manipolazione operata da Google o Facebook come il legame fra i dati raccolti e i loro fatturati miliardari significa comprendere di essere ed essere stato per anni un burattino, un "utile idiota" fra miliardi di altri. E questo per un intellettuale credo sia particolarmente difficile da accettare perché in diretto contrasto con la propria identità, con la propria immagine di sé. Così ci si sforza di "occuparsi di problemi più rilevanti, come il “Potere” che queste aziende detengono" rifiutando al contempo di comprendere la natura, i meccanismi di funzionamento di quel potere. E restandone, di conseguenza, vittime. Infatti Bonini parlando dell'alienazione cibernetica operata da queste aziende (ovvero la riduzione della autonomia cognitiva e comportamentale che operano attraverso i dati raccolti e gli stimoli personslizzati) ``` Le nostre ricerche empiriche ne mostrano i limiti pratici. I /gig worker/, i /creator/ e gli attivisti che abbiamo studiato non sono affatto automi inconsapevoli. Al contrario, sviluppano una "consapevolezza algoritmica" attraverso un processo collettivo di /reverse engineering/, discussioni in chat private e la formulazione di "teorie popolari" sul funzionamento degli algoritmi. ``` Se questi sono i limiti dell'efficacia di Google & friends quali sono i limiti dell'efficacia di questi approcci alla resistenza (pur nobili nell'intenzione)? Bonini dice che il controllo statistico di miliardi di persone non è efficace quanto le BigTech vorrebbero, ma la "agentività algoritmica tattica" è efficace quanto i suoi attuatori vorrebbero? Il problema è che contrariamente a Google, Bonini è rinchiuso in un quadro concettuale novecentesco. A Google & friends non interessa il controllo assoluto di ciascun individuo, ma un controllo continuo e probabilistico sul suo comportamento. Controllo che diventa statisticamente rilevante ed osservabile quando spostiamo il focus dall'individuo e osserviamo la società in cui vive. Ma quel potere politico ed economico non è che la forma aggregata del potere esercitato su ciascuno dei suoi utenti. Potere che deve rimanere inconcepibile ed inaccettabile per le sue vittime. Concordo tuttavia con le conclusioni di Bonini ``` Tuttavia, dovremmo completare questa analisi senza fermarci alla denuncia del dominio di questa forma di potere. Come sosteneva Foucault, “dove c'è potere c'è resistenza". Le pratiche di resistenza algoritmica quotidiana, per quanto fragili e temporanee, non sono fenomeni episodici, ma atti ordinari che costituiscono il tessuto stesso della vita nella società delle piattaforme. Esse rappresentano un intoppo, o glitch, nel sistema, la prova che l'automazione del soggetto non è ancora riuscita e che la lotta è ancora in corso. Un dialogo tra la critica teorica di /Aut Aut/ e l'analisi empirica delle pratiche di resistenza è non solo utile, ma necessario. Permette di evitare tanto un pessimismo paralizzante quanto un'ingenua celebrazione dell'agency. Ci ricorda che, per quanto il potere delle piattaforme sia immenso, la storia non è ancora scritta: il suo esito "non è dato, ma agito". ``` E tuttavia, l'efficacia delle pratiche di resistenza menzionate da Bonini è tarpata dall'ignoranza cibernetica di chi prova a resistere. L'idea di resistere usando GMail, WhatsApp o portandosi dietro un cellulare Android o Apple, è una pia illusione autoconsolatoria. È necessario anzitutto accettare di doverne fare a meno e poi... evitarli come la peste. Ma per farlo bisogna studiare informatica, cibernetica e storia. Perché la conoscenza è potere solo dove l'ignoranza è diffusa. Giacomo ¹ ad eccezione di pochi ingegneri informatici, che in quanto "tecnici" non vengono presi sul serio o vengono qualificati come paranoici, e pochissimi altri, non conosco persone pienamente e costantemente consapevoli della enorme quantità di dati personali diffusi dagli strumenti che utilizzano. Se lo fossero, e comprendessero come quei dati vengono usati per ridurle a marionette eternamente insoddisfatte, smetterebbero di usarli.