On 12/01/23 18:31, Giacomo Tesio wrote:
Ma che succederebbe se chi afferma verità scomode come noi potesse essere legalmente silenziato?
Se qualcuno potesse dire "fanno solo disinformazione"?
La disinformazione non si compatte inibendo la diffusione delle "idee", ma con l'educazione alla coscienza critica nelle scuole.
Per l'igiene della discussione distinguerei fra verità e veridicità (https://btfp.sp.unipi.it/dida/kant_7/ar01s13.xhtml#veridicdovere). La veridicità è una qualità personale. La sua carenza sistematica rende un individuo inaffidabile; la bugia (si pensi per esempio alla menzogna del truffatore) può, talvolta, essere oggetto di sanzioni giuridiche contro la persona del mentitore. La verità invece riguarda le nozioni. Come ci si approssima alla verità, posto che non disponiamo di nessuna formula generale che ci permetta di stabilire che X è vero e Y è falso? La filosofia e la scienza hanno proposto dei *metodi* di indagine e di discussione, che richiedono individualmente studio e collettivamente scuole, biblioteche e spazi in cui si possa esercitare liberamente l'uso pubblico della ragione. L'uso di questi metodi è complesso. Possiamo allora sostenere che per difendere le persone dalla disinformazione bisogna ricorrere a scorciatoie non "metodiche" che hanno ad oggetto le nozioni, quali l'ipse dixit, il fact-checking di stato o d'azienda, il ministero della verità, la censura preventiva e via dicendo? Possiamo proteggere la "verità" *contro il metodo*, senza rinunciare, in questo modo, alla stessa approssimazione alla verità? O, più sottilmente, possiamo sostenere che la scorciatoia della verità ministeriale è l'unica via praticabile poiché ci troviamo in ambienti di interazione ostili al metodo, che non possiamo - o non vogliamo - cambiare? Retoricamente. MCP