Perché il discorso pubblico è di così bassa qualità? Il ruolo dei vecchi e dei nuovi media
1) Il ruolo dei mass-media è cruciale per la bassa qualità del discorso pubblico odierno. La comunicazione politica ha sempre imposto slogan e semplificazioni: i comunisti si sono da sempre nutriti di bambini. Non è questo il punto. Il tema è la sostituzione dell’elaborazione progettuale e della dialettica politica con la comunicazione politica; la smaterializzazione degli spazi terzi; la massimizzazione del capitale mediatico come obiettivo ultimo e unico. Soprattutto, le conseguenze di questi cambiamenti sulla qualità dell’elaborazione politica. La scena pubblica mediatizzata si nutre di politicismo (Bobbio e F. Roncarolo, a cura di I media e le politiche, Bologna, Il Mulino, 2015): come se i media osservassero la realtà con le categorie “del politico” adottandone i quadri di senso, selezione e priorità. I media sono quindi più interessati agli schieramenti che ai contenuti, alle alleanze che le proposte segnalano e ai confini che creano o spostano, più che al loro merito intrinseco. Il politicismo così definito ha pesanti implicazioni sulla qualità della discussione pubblica e sul contenuto tecnico delle dell’argomentazione. Anzitutto, sminuisce la discussione sul merito specifico delle politiche pubbliche e le subordina alla politica generalista. L’analisi delle politiche, dei loro dettagli e implicazioni è affidato alle dichiarazioni dei leader politici. Le parole d’ordine che segnano i confini tra i diversi “campi” prevalgono sui contenuti. In termini di selezione degli ospiti e degli interventi, si lascia il palcoscenico ai politici generalisti, mentre gli esperti hanno pochissimo spazio: i discorsi sul merito intrinseco delle proposte, quando ci sono, durano lo spazio di un mattino.
Pensiamo, per esempio, allo sconfortante dibattito sul reddito di cittadinanza: quale rilievo ha avuto il lavoro della Commissione presieduta da Chiara Saraceno rispetto alle dichiarazioni di Salvini o Calenda sui “fannulloni”? Il cosiddetto teatrino della politica – dove i media inseguono le dichiarazioni dei politici più che il merito delle proposte – ha qui le sue radici: i media sono più realisti del re e filtrano la “notiziabilità” attraverso la logica amico/nemico. Per guadagnare la scena occorre politicizzare il tema, mostrandone la rilevanza nel gioco politico più ampio. In questo modo, però, i quadri generali prevalgono sul merito degli argomenti, le identificazioni di parte oscurano le discussioni razionali e spengono sul nascere il dibattito informato. Capire non fa davvero parte della posta in gioco.
2) Nei nuovi media e nei “social”, poi, prevale una sorta di sfera pubblica privatizzata dove il gioco della messa-in-scena del sé e la polarizzazione prevalgono sulla ricerca della sintesi e sul riconoscimento di una regola terza rispetto ai partecipanti alla discussione. L’esplosione dell’attivismo online degli ultimi anni offre un caso interessante per osservare l’alto tasso di conflittualità a cui portano le interazioni online senza corpi. Anche al netto dei meccanismi dei “social”, basati sull’influenza sociale e sugli algoritmi di selezione che premiano i flame, le interazioni disincarnate, eliminando l’aspetto della corporeità, dunque dell’interpretazioni dei segni delle emozioni sul corpo dell’altro, rendono più difficile le interazioni costruttive anche se conflittuali. Diversamente, chi è abituato a esercitare l’attività politica in spazi pubblici, è uso al confronto, a scegliere lo script da utilizzare in base al pubblico e al contesto situazionale, anche attraverso l’interpretazione dei corpi in presenza degli altri. L’ascolto dell’altro e la capacità di dialogo dipendono anche dai corpi. Tra le popolazioni Dogon, in Mali, l’edificio pubblico più importante per la vita della comunità si chiama Togu na, letteralmente “Casa della parola”. Il tetto del Togu na è così basso che si può stare solo seduti e, dato che la posizione del corpo influisce sull’equilibrio delle facoltà e sulla tranquillità dello spirito, il Togu na favorisce la parola equilibrata poiché chi parla curvo e seduto non può avere scatti d’ira, né imporsi agli altri con la violenza verbale. Litigare da seduti ha un che di ridicolo, effettivamente. Le interazioni “scorporate” sui social prescindono da questa caratteristica. Chi vive sui social e non parla, discute o argomenta mai in pubblico e con la mediazione del proprio e altrui corpo, è spesso rabbioso, ego-riferito e incapace di ascolto. Se nei vecchi media lo spazio per l’argomentazione razionale, sul merito dei contenuti, è spazzato via dal politicismo, nei nuovi media si discute a colpi di tweet e gli influencer si ritengono – e vengono a volte fatti passare per – intellettuali. La sconfitta della discussione pubblica. Il risultato complessivo è l’esasperazione della “politica dell’inciviltà”, vera e propria risorsa strategica per vincere nel fluido e instabile mercato dell’attenzione. L’inciviltà politica, scrivono Sara Bentivegna e Rossella Rega (2022), si alimenta delle: “trasformazioni che hanno coinvolto l’infrastruttura socio-comunicativa e creato quell’ecosistema mediale ibrido nel quale le dinamiche proprie della rete (…) si sono infiltrate in tutti gli ambiti della vita sociale e politica, e si sono integrate con quelle dei legacy media (p. 9) Chi perde, sempre e comunque, sono gli spazi intermedi e i tempi lunghi dell’elaborazione progettuale, sostituiti dalla ricerca del capitale mediatico come veicolo del consenso.
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Professor of Economic Sociology,
Department of Cultures, Politics & Society, Univ.of Torino, Campus Einaudi
Fellow, Collegio Carlo Alberto
Honorary Visiting Professor, Cardiff University
Member, Forum Diseguaglianze e diversità
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