Ciao Vincenzo, On Sat, 2 Apr 2022 12:05:02 +0200 Vincenzo Mario Bruno Giorgino wrote:
la terza via - hacker - io la definisco "dei dati come commons"
Non credo che le due vie coincidano. Un approccio hacker alla gestione dei dati è anzitutto caratterizzata da un accesso esclusivo del soggetto emittente/esprimente di TUTTI i dati che lo riguardano o che esprime. I "dati come commons" sono caratterizzati invece dalla loro condivisione. Nell'approccio hacker il data subject (nei termini del GDPR) ha sempre il completo controllo fisico e logico dei dati che lo riguardano ed ha piena consapevolezza di quali abbandonano tale controllo e perché. Ad esempio, ha il controllo e la consapevolezza di quali richieste partono dal proprio browser o dal proprio smartphone e nessun dato non strettamente necessario per l'erogazione di un servizio remoto lascia mai il device. Un navigatore satellitare che adotti questo approccio scarica le mappe di vaste aree e calcola localmente i tragitti [1] in modo da non inviare dati di localizzazione fuori dal device. I dati personali raccolti localmente da un dispositivo hacker-friendly (che poi sono anche user-friendly, ma si tratta di un'amicizia interessata) POSSONO poi essere condivisi, dopo un esame ed una eventuale alterazione da parte del data-subject. Immagina un glucometro indossabile: se invia automaticamente dati a terzi, fossero anche "anonimizzati", fosse anche il Papa impegnato a trovare una cura definitiva e gratuita al diabete (e quindi arricchire i common), non è un dispositivo che segue l'approccio hacker. Un glucometro indossabile hacker, oltre ad essere completamente trasparente (hardware e software), detiene i propri dati solo localmente e li fornisce solo al paziente, proteggendoli da qualsiasi accesso non autorizzato o cessione a terzi. Poi il paziente può decidere SE e come condividerli con chi, trasformandoli di fatto da dati personali (emissioni inconsapevoli) a contenuti (espressioni consapevoli di sé). Un'altra differenza sostanziale dell'approcio hacker alla gestione dei dati è che questo presuppone una assoluta reciprocità. Poiché la condivisione dei dati di un hacker è finalizzata alla creazione di nuova conoscenza, TUTTA la conoscenza che ne viene derivata deve essere ricondivisa. Ciò significa che se quei dati vengono usati per sviluppare una nuova molecola farmacologica, quel farmaco dovrà essere protetto da qualsiasi forma di privatizzazione e dovrà restare esso stesso bene comune. E ogni farmaco che ne deriverà, con eccipienti diversi etc... AFAIK questo vincolo di TOTALE reciprocità non è presente nei commons. Né negli open-data. Questo è un enorme limite di queste "filosofie dei dati" per la comunità: si accumulano grandi quantità di dati... per poi lasciare che le aziende li capitalizzino senza dare nulla indietro.
la piattaforma Ubiquitous Commons di Salvatore Iaconesi http://www.ubiquitouscommons.org/
Ad una rapidissima occhiata, oltre a tutti i limiti degli approcci "Commons" suddetti che di fatto non proteggono i dati come bene comune ma li rendono disponibili come spazzatura (una protezione legale è una protezione inesistente, perché la copia dei dati non lascia tracce) si aggiunge la blockchain, vetta insuperabile del fumo negli occhi tecnologico. Personalmente condivido gli obbiettivi politici che descrivi. So però purtroppo che non è possibile raggiungerli senza un approccio radicalmente diverso all'informatica. E questo approccio NON verrà dalla blockchain. Giacomo [1] vedi ad esempio https://wiki.openstreetmap.org/wiki/Organic_Maps