E` indubbio che la percezione dell'importanza della privacy (che forse nella mente dei percettori comprende, forse no, la protezione dei dati personali) vari in ragione di vari fattori demografico/sociali, ivi inclusa l'eta`. D'altronde anche il livello di scolarizzazione, l'attivita` professionale, il paese di provenienza e residenza etc etc hanno il loro impatto, non sempre considerati a sufficienza nell'analisi (per un paio di contro-esempi molto interessanti, si vedano C. J. Bennett, C. Raab, "The governance of privacy", MIT Press, 2006, nonché E. Zureik et al, "Surveillance, Privacy, and the Globalization of Personal Information: International Comparisons", McGill-Queen's University Press, 2010). Detto questo, almeno due ricerche in materia (il PEW Internet Report su "Teens, Privacy and Online Social Networks" del 2007, disponibile a http://www.pewinternet.org/Reports/2007/Teens-Privacy-and-Online-Social-Netw..., e il rapporto "Data Protection in the European Union" del 2008, risultato di un'indagine di Gallup nell'ambito dello Eurobarometer) dimostrano che la realtà è molto più complessa di quanto alcuni cerchino di convincerci (non mi riferisco naturalmente a Giampaolo o ad Arturo). Il rapporto PEW, per esempio, mostra che un'elevata percentuale di "young adults" (18-29 - credo che almeno i diciottenni si possano considerare quasi nativi) modificano le configurazioni delle piattaforme di social networking per meglio controllare la quantità, il tipo e i destinatari delle informazioni su loro stessi. Dal mio punto di vista è naturale che dei ragazzini di tredici anni in paesi sostanzialmente democratici non si pongano la questione della privacy come particolarmente problematica (se proviamo a fare la stessa domanda ad un tredicenne del Turkmenistan o della Bielorussia, credo che la risposta sarà molto diversa). Ma è come chiedere ad un tredicenne se a suo parere lo sviluppo della nanotecnologia è positivo o negativo. Semplicemente, dubito che il tredicenne abbia a propria disposizione tutti gli strumenti teorici e pratici per poter rispondere sensatamente alla domanda. Oltre a tutto, come accennavo all'inizio, il termine "privacy" è spesso interpretato come "mancanza totale di informazioni su me stesso" - il che, nella "società dell'informazione", ovviamente non ha senso (a livello intuitivo, nemmeno per un tredicenne). Se invece il concetto viene - correttamente, a mio parere - interpretato nel senso più ampio di "data protection", ovvero corretta gestione dei dati che ci riguardano - e quindi sì all'eventuale divulgazione, ma solo a certe condizioni, verso certi destinatari, per certi usi - credo che il discorso cambierebbe anche per il tredicenne, per il semplice motivo che il suddetto ha chiarissima la nozione che un'informazione su se stesso riferita all'amico del cuore ha valore ed effetti ben differenti quando riferita al professore o al genitore (principio di "purpose limitation" :). In tal senso Juan Carlos ha perfettamente ragione, a mio parere, quando usa la metafora delle "maschere" in senso latino - su questo i sociologi Goffman e Luhmann hanno scritto molto e bene, non a caso la sentenza del 1983 della Corte Costituzionale Federale tedesca che ha introdotto il concetto di "auto-determinazione informazionale" si basa pesantemente sulle teorie sviluppate de Luhmann. Mai come oggi la possibilità di essere multiple "maschere" da un lato, e l'opportunità tecnologica unita agli incentivi politici, economici e sociali di perforare tali "maschere" dall'altro, rendono urgente una riflessione sul problema che vada al di là di quanto i vari Zuckermann, Schmidt e altri ci propinano un giorno sì e l'altro pure (spesso con la complicità dei giornali "mainstream", che raramente si chiedono se valga la pena chiedere all'oste se il vino è buono). Scusate la lunghezza della mail, ma come si sarà capito è un tema che mi sta molto a cuore. Ciao, Andrea 2010/9/2 Giampaolo Mancini <manchoz@gmail.com>:
Mah, secondo me si, ha proprio ragione lui. Provate a parlare di privacy con una ragazzina di 13 anni e con le sue amiche: per loro, semplicemente, non è una issue. Solo noi siamo i dinosauri. Perché non siamo i nativi digitali. Come sempre e come mille altre cose su Internet e sul Web, anche la privacy – se ha senso che debba ancora esistere, perché _anche questo_ *è tutto da dimostrare* – va misurata con metri diversi che, forse, non ancora conosciamo. See you, Giampaolo 2010/9/2 <a.dicorinto@uniroma1.it>
Facebook "entra" nel "mondo reale"... Sarebbe da studiarci la legislazione israeliana sulla privacy... Ma non è che ha ragione Zuckerberg?
http://www.fullpress.it/News/Facebook-il-Mi-piace-arriva-nel-Mondo-Reale-esp...
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