Non sarei così rassegnato (o disfattista) come Davide Lamanna.Quando dice “a meno di fatturare, in effetti, circa 80 miliardi l’anno”, non bisogna confondere fatturato con person-power.La caratteristica del movimento Open Source è di coinvolgere migliaia di sviluppatori, in numero persino superiore a quello che una singola multinazionale mette su un singolo progetto.Tanto è vero che essi stessi usano abbondantemente e contribuiscono a progetti OS.
Il problema serio non è tanto il SW, quanto il supporto ai servizi, che deve garantire pronta risposta a un numero elevato di utenti.È qui che serve l’organizzazione.Altro compito dell’organizzazione è di coordinare e aggiornare i pacchetti.Anche se certi pacchetti funzionano, a volte non sono pronti per l’uso in versioni integrate.Per esempio, BBB è disponibile solo per per Ubuntu 16, che è a fine vita, mentre la 18 è già superata dalla 20.Il codice è scritto in una varietà di linguaggi, non facilmente gestibili e a scapito dell’integrazione.
Quanto all’infrastruttura cloud, è oggi fondamentale: ma perché le università non hanno risposto al mio appello quando chiedevo di sostenere l’iniziativa della Cloud GARR?Secondo i miei calcoli bastano 12 milioni l’anno per farla funzionare per le università.Se si vogliono offrire servizi anche alle scuole, va moltiplicato per 10, ma sono sempre cifre inferiori ai costi dei servizi commerciali, che chiedono 4$ al mese a studenteSe quei soldi li investissimo in casa, potremmo non solo costruirci la nostra infrastruttura, ma anche svilupperemmo le nostre competenze su come fare a gestire una piattaforma che ha un valore strategico per ill paese in tutti gli anni a venire.
E non dite che è tardi e che il treno è già passato. Come ripete Angelo Raffaele Meo, di treni ne passano in continuazione.La tecnologia cloud è in continua evoluzione, da IaaS siamo passati a container e adesso a serverless, e così via.
Come diceva Confucio: il miglio momento per piantare un albero era 20 anni anni fa, il secondo miglior momento è adesso.
In particolare il cloud che vediamo oggi è solo 1/100 di quello che sarà tra 5-10 anni. Quindi c'è ancora un immensa prateria da conquistare.
Leggete cos dice Jeff Bezos, a proposito di AWS:And then a business miracle that never happens happened — the greatest piece of business luck in the history of business, so far as I know. We faced no like-minded competition for seven years. It’s unbelievable.
Il loro successo non è stata una questione di soldi (gli 80 miliardi di cui sopra, anche se il danaro non guasta), ma di miopia degli altri.E il mondo della ricerca dovrebbe essere capace di guardare lontano.
Quanto a Gaia-X, all’inizio sembrava promettente, quando dicevano che si ispiravano al modello Airbus, un particolare caso di lungimiranza dei governi europei di atri tempi.Ma quello Cher hanno partorito non è un consorzio o una società che possa compiere con quelle straniere, ma un lungo e complesso documento di specifica di interope4rabliitz`a tra servizi cloud.Che i private non faranno fatica a supportare, ma che sarà sempre indietro rispetto alle funzioni aggiuntive che i servizi proprietari saranno in grado di fornire, garantendosi il lock-in de loro clienti. Quindi Gaia-X diventerà un gigantesco cavallo di Troia, che darà via libera alle PA di usare i servizi commerciali, da cui non si potranno più staccare.
Quindi: Svegliati Europa! Fatti le cose da sola.
— Beppe
On 21 Dec 2020, at 18:36, MEZZALAMA MARCO <marco.mezzalama@polito.it> wrote:
Concordo pienamente con le osservazioni di Davide Lamanna.
Su questi temi non bisogna essere velleitari e pensare che soluzioni basate, spesso, su mero volontarismo possano competere con piattaforme che hanno alle spalle miliardi di dollari e migliaia di sviluppatori.
Ciò per altro non vuol dire non sostenere le tesi dell'open o del free sw, ma con un approccio industriale come è ora Red Hat per Linux.
Il tema che sostengo però (e quello che considero prioritario) è quello del sovranismo tecnologico europeo. Per combattere il monopolismo americano e ora anche cinese. Ciò si realizza se si fa economia di scala tecnologica a livello di stati membri con un forte indirizzo politico. Sono un grande sostenitore dell'iniziativa franco-tedesca, ora UE, di Gaia-X, che prevede una piattaforma europea che va dall'infrastruttura al cloud. Poco mi importa se sarà proprietaria o non. Certo meglio se open.
Svegliati Europa!
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Prof. Marco Mezzalama
Presidente Fondazione LINKS
Professore Emerito di Sistemi di Elaborazione
Emeritus Professor of Computer Engineering
Politecnico di Torino
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e-mail: marco.mezzalama@polito.it (Politecnico)
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"Tu stesso devi essere il cambiamento
che desideri vedere nel mondo "
M.K. Gandhi
On Mon, 21 Dec 2020 18:14:30 +0100
"D. Davide Lamanna" <davide.lamanna@binarioetico.it> wrote:
Tutto vero e condivisibile, sottolineo solo un punto di attenzione. Offrire lo stesso livello di servizio di una azienda che fattura 80 miliardi l'anno è impossibile. A meno di fatturare, in effetti, circa 80 miliardi l'anno, dunque almeno teoricamente non impossibile... :-) Battute a parte, ricordiamoci sempre che: "Software non servire, se software non girare". L'infrastruttura su cui devono girare questi software è il vero tallone d'achille, non tanto i menu che cambiano, che, come giustamente osserva Paolo, rappresentano un impatto gestibile. La mancanza di una infrastruttura affidabile, con livelli di servizio decorosi, è il vero problema. Non solo NOI non abbiamo una infrastruttura su cui far girare questi software, ma non ce l'ha neanche lo stato italiano. Dunque si dovrebbero far girare su infrastruttura Google? Ma allora saremmo punto e daccapo. Comunque al di là di queste considerazioni, condivido l'iniziativa e la sposo senz'altro per quello che sono le mie competenze. Ricordiamoci solo di chiedere anche l'infrastruttura. Che ovviamente costa una fortuna e mezza!!! Ma è NECESSARIA, per il buon esito dell'operazione.
Un abbraccio
Davide On 21/12/20 16:31, Paola Corti wrote:
Buongiorno professore,
grazie per questa mail innanzitutto. Dal mio punto di vista dovremmo partire da quali alternative siamo in grado di proporre, pensando che dobbiamo avanzare proposte
- pratiche e percorribili
- che funzionino offrendo lo stesso livello di servizio (o migliore) e la stessa semplicità d'uso (o migliore) dei software proprietari cui fa riferimento
- consapevoli che stiamo chiedendo (dati i primi due punti) di affrontare su larga scala l'impatto di un cambiamento ingente da implementare ( perché tutti dovrebbero passare da un ambiente che già conoscono e usano ad un altro, con menu diversi, funzionalità con altri nomi, ecc)
Se ci sarà uno spazio di dialogo sul tema, a seguire serviranno anche tutorial, formazione, stress test ecc.
Sarebbe una vera svolta, se riuscissimo a veicolarla.
Grazie ancora per lo stimolo!
Paola -----Messaggio originale-----
Da: openeducationitalia@googlegroups.com <openeducationitalia@googlegroups.com> Per conto di Angelo Raffaele Meo
Inviato: lunedì 21 dicembre 2020 12:33
A: lavagnalibera@googlegroups.com; Presidente pnlug <presidente@pnlug.it>; Flavia Marzano <flavia.marzano@gmail.com>; italo@libreitalia.it; Marco Ciurcina <ciurcina@studiolegale.it>; MARCO MEZZALAMA <marco.mezzalama@polito.it>; nexa@server-nexa.polito.it; comunita@comeinclasse.it; Fabio Nascimbeni <fabio.nascimbeni@gmail.com>; gioque@comeinclasse.it; D. Davide Lamanna <davide.lamanna@binarioetico.it>; Massimo Carboni <massimo.carboni@garr.it>; Enrico Venuto <venuto@polito.it>; arturo.dicorinto@GMAIL.COM; Federico Ruggieri <federico.ruggieri@garr.it>; soci@lists.softwarelibero.it; Giuseppe Attardi <attardi@di.unipi.it>; Roberto Resoli <roberto@resolutions.it>; enio@libreitalia.it; Giacomo Tesio <giacomo@tesio.it>; nardelli@mat.uniroma2.it; fusillo.francesco1@gmail.com; giovanni.caruso@gmail.com; bob@linux.it; Stefano Quintarelli <stefano@quintarelli.it>; eleonora.panto@gmail.com (eleonora.panto@gmail.com) <eleonora.panto@gmail.com>; OEI <openeducationitalia@googlegroups.com>; Cristina Stefanelli <c.stefanelli@uni-med.net>
Oggetto: [OpenEducationItalia] FreeSw e Recovery Fund
Carissimi,
da venti anni, con il vostro aiuto, mi sono battuto per promuovere il software libero, nell'interesse del nostro Paese e dei nostri figli e nipoti. La lettura del testo delle leggi sul software libero attualmente vigenti potrebbe indurci a pensare che abbiamo ottenuto qualche successo, ma i dati obiettivi ci dicono che quei risultati sono praticamente irrilevanti. Ad esempio, la capitalizzazione ossia il valore economico di uno solo dei produttori di software proprietario è
50 volte superiore a quello di FIAT Chrysler. Quasi tutte le scuole italiane usano per la teledidattica software proprietario in clamorosa violazione della legge.
Comunque, vorrei provarci ancora, per cui entro nel tema di questo mail: il Recovery Fund. Stiamo assistendo al dibattito politico sulla futura cabina di regia, ma la "conoscenza dei miei polli" mi induce a temere che, indipendentemente dal fatto che la cabina di regia sia quella di Conte oppure quella di Renzi, il Recovery Fund si tradurrà in una clamorosa opportunità di business per i soliti noti. Ad esempio, ho letto in Rete la proposta di una collaborazione con Google avanzata da un ministro.
Al contrario, il software libero potrebbe essere l'anima dei progetti che saranno finanziati dal Recovery Fund, e in particolare dei seguenti progetti: digitalizzazione 4.0 e internazionalizzazione (35,5 miliardi); pubblica amministrazione (10,1 miliardi); potenziamento didattico e diritto allo studio (10,1 miliardi); ricerca (9,1 miliardi); assistenza medica di prossimità e telemedicina (4,8 miliardi).
Per questa ragione, con la presente mail io vi propongo di scrivere collegialmente una lettera al Presidente del Consiglio e ai Ministri competenti in cui richiedere che non sia finanziabile il ricorso ad aziende straniere e che sia data la priorità ai progetti più importanti dal punto di vista scientifico-tecnico.
Per iniziare il nostro dibattito mi permetto di formularvi una prima
richiesta: cosa chiedereste al Governo e com quali motivazioni?
Vi ringrazio molto
Raf
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Open Education Italia: una rete che promuovere l’Educazione Aperta in Italia, intesa in senso ampio, in piena connessione con aree come Open Data, scienza aperta, partecipazione civica, e con particolare attenzione all’impatto sociale di pratiche di educazione aperta.
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