Marco wrote:
I media tradizionali sono "riusciti a
creare realtà parallele" perché erano le UNICHE, unidirezionali
e POCHE, fonti da cui sapere in tempo utile quel che stava
succedendo a più di 20 km da casa. Se si moltiplicano le fonti
non controllabili **centralmente**, a cui ogni singolo può
accedere direttamente, allora qualunque "centro", Facebook o
un ministero è uguale) non ce la fa a creare realtà parallele.
Credo che stampa e
televisione creino poche realtà alternative (non parallele tra loro), perché i
loro destinatari sono essenzialmente masse indivisibili (vedi l’analisi che
Erik Gandini fa del berlusconismo in Videocracy,
per esempio) e ovviamente non è che un bene che siano eterodirette dai
governi o dai tycoon nazionali (J.S. Mill, On
Liberty, 1869).
E’ proprio nel grado di personalizzazione e nella molteplicità di realtà
parallele costruite e simultaneamente coesistenti fra loro che i social network
portano il fenomeno alla totale frammentazione e al superamento definitivo della
realtà fisica. Oggi co-‘esistono’ un’Italia in cui i vaccini uccidono e
un’Italia in cui gli immigrati stanno geneticamente sostituendo gli italiani (e
molte, infinite, altre piccole Italie autoriflettenti) anche per uno specifico
effetto di rispecchiamento: se infatti – come Marco rileva - la televisione e i
giornali tendevano a mostrare e imporre realtà lontane ed esotiche (dalle
coreografie marziali di regime alle maggiorate che entrano nel salotto
domestico), i social network sembrano replicare all’infinito, ingigantendole,
le piccole e distorte realtà vicine; se abito nella periferia di un’area urbana
in cui alta è l’immigrazione e vivo questa condizione come un problema, allora
cercherò sui social network informazioni che evidenziano questo fenomeno,
finendo per amplificarne la percezione all’infinito, cosa che non potrei fare –
se non entro certi limiti – con la televisione e i giornali. Il complottismo
non nasce forse da ripetute rappresentazioni unilaterali e settarie delle realtà?
L’aspetto intrinsecamente autoritario del fenomeno è nel fatto che il capitalismo da piattaforma moltiplica i contenuti e le audience attraverso una sorta di monopolio delle forme percettive, laddove invece le grandi dittature novecentesche unificavano masse eterogenee – spingendole alla guerra tra loro – con singoli e unitari proclami alla radio: quelle infinite e inesistenti realtà immaginarie coesistono obbedendo tutte allo stesso algoritmo. I dati sono molteplici e contradditori, ma in termini di asset sono un unico e immenso aggregato monopolistico.
I dati delle piattaforme sono evidentemente “privati”, ma uniti tra loro hanno un valore pubblico, e sono oggetto di una predazione dalle persone alle piattaforme che tende a sottrarsi sia agli organismi nazionali sia a quelli sovranazionali; ciò diviene un elemento sistemico della crisi stessa di questi organismi, concorrendo a determinarla e ad aggravarla: negli Stati Uniti di Trump, nel Regno Unito della Brexit e nell’Italia del 4 marzo. E la soluzione democratica non può essere tecnica, perché gli istinti della tecnica, se completamente liberati, prescindono dagli individui e dalla polis (il positivismo sfociò di fatto nella Prima Guerra Mondiale). La soluzione, quindi, è in primo luogo politica, ma chi avrà la forza di produrla?
On 2018-03-06 12:42, Simone Basso wrote:
[in passato] la stampa e la televisione
sono riuscite a creare realta' parallele proprio perche' erano
pesantemente controllate / influenzate dagli stati.
no, questo non è corretto. I media tradizionali sono "riusciti a
creare realtà parallele" perché erano le UNICHE, unidirezionali
e POCHE, fonti da cui sapere in tempo utile quel che stava
succedendo a più di 20 km da casa. Se si moltiplicano le fonti
non controllabili **centralmente**, a cui ogni singolo può
accedere direttamente, allora qualunque "centro", Facebook o
un ministero è uguale) non ce la fa a creare realtà parallele.
Non coi modi di prima, di sicuro. Sì, certo, gli stessi bot
che oggi passano da Twitter continuerebbero a funzionare
via RSS, ma quello è altro discorso.
Marco
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