FIORELLO CORTIANA 1 MAGGIO 2014 COMMENTI
Basta con i poteri attribuiti ad Agcom: governo e parlamento riprendano un’azione da protagonista
Il 25mo compleanno del World Wide Web è stato celebrato il 23 e 24 aprile scorso, in Brasile,
con il Net Mundial-Global Multistakeholder Meeting on the future of Internet Governance.
1229 partecipanti da 96 paesi, con 77 delegazioni governative.
Dopo aver ospitato nel 2007 l’Igf dell’Onu, il forum aperto alla società civile sulla governance di internet
che è seguito alle due sessioni del summit mondiale Wsis di Ginevra 2004 e Tunisi 2005.
L’appuntamento di San Paolo testimonia del protagonismo del Brasile nello spazio pubblico esteso del villaggio globale, quale è la rete digitale.
I temi al centro del confronto sono i temi cruciali già evidenziati nella risoluzione finale del Wsis a
Tunisi ma definiti con la consapevolezza delle implicazioni che la tracciabilità e la profilazione delle
identità in rete hanno sull’esercizio della libertà di espressione e di indipendenza. Dopo le
rivelazioni di Snowden sull’azione sistematica di spionaggio della Nsa statunitense è toccato a una
delle persone spiate, la presidente Dilma Rousseff, aprire l’incontro sui principi della governance
di internet e sulla roadmap per l’evoluzione futura dell’ecosistema della governance di internet.
Il Brasile esercita un protagonismo autorevole avendo costruito la propria reputazione con azioni
di inclusione digitale, a partire dai Puentos de Cultura presenti anche in Amazzonia, fino ad
arrivare alla valorizzazione costituzionale e normativa, attraverso l’azione multistakeholder del
Comitato di gestione di Internet, con l’approvazione dei “Principi per la governance e l’uso di
Non stupisce quindi il commento di Virgilio Almeida, ministro brasiliano per la
Scienza-Tecnologia-Innovazione, alla proposta avanzata da Cina, Russia, Tajikistan e Uzbekistan per
la definizione di un Codice di condotta per internet da definire in sede Onu: «La maggioranza dei
partecipanti a questa conferenza vuole un modello multistakeholder per internet. La Cina vuole
un trattato interno alle Nazioni unite, ma lì sono rappresentati solo i governi». Appunto, proprio
l’Onu ha promosso un processo partecipato e aperto, che vede diversi livelli di definizione. C’è
l’azione, anche costituzionale, dei governi, come Brasile e Finlandia, delle Corporation, dell’Unione
europea con le risoluzioni parlamentari e del Consiglio d’Europa. Così come ci sono i controlli e la
censura in Cina o quelli tentati in Turchia.
Un processo contraddittorio e sfaccettato come quello della politica nella globalizzazione, altroché
virtualità della rete. I 27 membri del Comitato multistakeholder del Net mundial, 12 stati, tra cui
India e Stati Uniti, dall’Europa Francia e Germania, 3 della società civile, 3 per il settore privato, 3
per l’accademia, 3 per la comunità tecnologica, hanno vagliato e discusso i 188 contributi, da 46
paesi, alla bozza messa online, da febbraio, per le raccomandazioni finali. Tra loro Tim Berners
Lee, il padre del web, Vint Cerf, vice presidente di Google, le agenzie Onu Itu e Desa, Icann e la
Commissione europea.
Accessibilità, neutralità della rete, trasparenza, inclusività, partecipazione, competizione e scelte
dei consumatori, collaborazione, rendicontazione, apertura. Queste alcune delle raccomandazioni
finali. In particolare è stata focalizzata la relazione tra libertà di espressione e di organizzazione e
le garanzie di privacy rispetto alla arbitraria sorveglianza di massa con la raccolta indefinita di dati
personali. Per questo si chiede che il Consiglio dei diritti umani e gli Internet governance forum
dell’Onu mettano la questione al centro del confronto globale.
La consapevolezza della necessità di dare corpo alle raccomandazioni è diventata stringente a
partire dalle evoluzioni annunciate dagli Stati Uniti per le funzioni della Iana e per
l’internazionalizzazione dell’Icann, attraverso meccanismi trasparenti di rendicontazione che
mantengano le modalità bottom up di partecipazione aperta, assicurando la stabilità e la resilienza
di Internet. Per fare ciò è desiderabile discutere l’adeguata relazione tra le azioni politiche e gli
aspetti concretamente operazionali.
Si chiede che tutte le organizzazioni internazionali che hanno responsabilità nell’ecosistema della
governance di internet sviluppino principi di trasparenza, rendicontazione e inclusività.
Preparando rapporti periodici, pubblicamente disponibili, sulla loro implementazione. Si
raccomanda che i principi condivisi per la governance di internet siano interni a tutti i confronti
delle differenti organizzazioni a tutti i livelli, a partire dal Wsis+10 e dagli Igf dell’Onu. Per
consentire comparazioni e valutazioni efficaci si propone l’attivazione di un sistema di
benchmarking con i relativi indicatori dell’applicazione dei principi per la governance di internet.
L’Italia ha avuto un ruolo attivo di stimolo e suggestione a partire dalla seconda sessione del
summit dell’Onu sulla Società dell’informazione-Wsis a Tunisi con la proposta di una Carta dei
diritti della rete e con la promozione a Roma dell’incontro internazionale sui diritti e la rete, con 70
delegazioni governative e quindi all’Igf di Rio, dove firmò una specifica dichiarazione congiunta sui
principi di internet con il governo brasiliano e ha contribuito a costituire la Coalizione dinamica
per i diritti e i principi di internet dell’Igf-Onu.
La Commissione per le libertà civili del parlamento europeo ha proposto al parlamento europeo
una risoluzione, poi approvata, che invitava il Consiglio a «esortare tutti gli attori di internet a
impegnarsi nel processo in corso della “Carta dei diritti di Internet”, che si basa sui diritti
fondamentali esistenti, promuove il loro rispetto e incoraggia il riconoscimento dei principi
emergenti; al riguardo, un ruolo di primo piano incombe alla coalizione dinamica sulla Carta dei
diritti di internet».
Il Brasile ha poi avviato il percorso di modifica costituzionale mentre il governo Berlusconi metteva
fine all’azione internazionale della commissione presieduta da Stefano Rodotà e ignorava la sua
proposta di integrazione dell’art. 21 della Costituzione «Tutti hanno eguale diritto di accedere alla
rete internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano
ogni ostacolo di ordine economico e sociale».
Oggi in un rimbalzo schizofrenico siamo relegati ad osservatori con l’attribuzione ad Agcom di
poteri di regolamentazione, inquisizione e sanzione, che normalmente hanno il parlamento e la
magistratura, nulla vieta al governo Renzi e al parlamento di riprendere un’azione protagonista
per la quale la nostra reputazione sugli indirizzi di governance per la rete è meritata e solo
sbiadita.
That aside, advocacy groups have embraced the report, known as “Big Data: Seizing Opportunities, Preserving Values,” for its declaration that more needs to be done to protect people’s civil rights when it comes to large data collection in government and private sectors, using Google and Apple as some of the bigger examples. The report also pointed to the Electronic Communications and Privacy Act (ECPA) of 1986 and how its current obsolete state needs major amendment changes to bring in into the 21st century’s digital realm. One of the calling points on the ECPA was a statute that allows authorities to openly read and assess emails more than six months old that the document considers an “archaic distinction.”
The White House report did offer policies that help prevent data breaches and show what to do should a system become compromised. However reviewers claim that a policy change by Google appears to mirror the document’s privacy to non-US citizens and to students, appearing to have been all but copied and pasted from their model. Regardless of where they pulled it from, consumer groups such as the ACLU who unsuccessfully tried to sue the NSA for data breaching, praised every suggestion made. They did, however, send a warning to Washington — and the White House specifically — that “now Congress and the administration need to make this vision a reality by enacting ECPA reform without any loopholes.”
The Big Data document is part of a larger whole in the investigation into the NSA’s antagonistic data collection procedures that encompasses both governmental and private concerns. Among particular offense was the “notice and consent” standard used by many large corporations such as Google which only gives a user a single chance to give permission to share data, something the panel feels gives people far too restrictive control over where their personal data goes and how it could be re-used in the future. For this reason, the panel suggest that both Congress and the White House get together and form an Internet Bill of Rights. Their voice joins with President Obama who encouraged the same two years previously.
The White House panel isn’t the only group out there seeking to find out what to do with the miracle we call the internet. Firefox has launched a site called “The Web We Want” that asks the people of the world what they want most out of the internet in the future and tallies the results. According to their interactive map, privacy ranks above other such things as freedom, accessibility and user control. At present, nearly 75 million people across the globe have taken part in the survey, with the numbers rising at the top of the screen in real-time.