Il 17/02/2012 18:32, giuseppe mazziotti ha scritto:
Grazie Carlo per la bella riflessione, sapevo che non ti avrei convinto..ma non era quello il punto.
A me cio' che convince poco e' il fatto di voler considerare tutti i contenuti alla stessa maniera, quasi che tutti i contenuti siano creati e pensati allo stesso modo e debbano quindi circolare in modo eguale perche', come scrivi tu, e' cambiata radicalmente la prospettiva di accesso alla conoscenza e della fruizione alle opere, e i rimedi fin qui predisposti sono di per se' inadeguati.
Secondo me non e' cosi', almeno non del tutto. A me sembra lampante che non si sia voluto nell'ultimo decennio tutelare chi i contenuti li crea e li produce professionalmente, perche' un certo tipo di creazione costa e continua a coinvolgere molte persone e professionalita' diverse, oltre che investimenti.
[...]

 
Faccio notare infine che, quand'anche il diritto d'autore fosse modificato nella direzione espressa dai riformatori piu' radicali o innovativi, con una drastica riduzione della sua durata, o con un meccanismo che preveda la caduta nel pubblico dominio di tutto cio' per cui non si specifichi la volonta' di protezione, i problemi di enforcement su Internet sarebbero gli stessi. Forse ci sarebbe una avversione ideologica inferiore verso l'industria dei contenuti, questo si...
 


A mio avviso finché l'industria del copyright non affronterà radicalmente il problema dei limiti fisici contro cui cozza l'imposizione di una scarsità fittizia, artificiale, rischierà di proseguire per la stessa strada sbagliata. Non è un mistero che, nonostante 20-30 anni di enforcement teorico sempre più duro, aumento della durata del copyright, studio e implementazione di centinaia di DRM e TPA sempre più sofisticati, copyright retroattivo sulle opere di pubblico dominio, ingiunzioni, sequestri, condanne spettacolari ecc. ecc. ecc., le violazioni del copyright siano sempre più diffuse e frequenti, fino al punto che il file sharing è diventata una pratica sociale accettata ed esercitata dalla maggioranza della popolazione europea su base più o meno regolare.

Il "problema" di cui l'industria del copyright dovrebbe prendere atto è che nel mondo digitale ogni contenuto è un file, e ogni file è un numero naturale. Gli strumenti di oggi consentono la copia dei numeri naturali, per quanto grandi, con grande rapidità ed efficienza, a costo (quasi)zero, e con un layer di anonimato molto solido. Anche l'idea di voler utilizzare numeri sempre più grandi (passaggio dal DVD al BluRay, introduzione del 3D) per rendere più difficoltose le copie è fallimentare, perché la tecnologia rende nel tempo l'aumento della velocità di copia disponibile con strumenti economicamente accessibili a vaste fasce della popolazione "superiore all'aumento della grandezza del numero", per semplificare. Ci sono limiti fisici alla possibilità di proteggere contro la copia i numeri naturali. Il limite fondamentale e fisicamente invalicabile è l'analog loophole.

Pertanto, l'industria del copyright potrà continuare quanto vuole a chiedere al legislatore che promulghi leggi che impongano che un cerchio diventi un quadrato, e il legislatore potrà anche ottemperare a tali richieste, ma non per questo i cerchi diventeranno quadrati. Nel frattempo, però, quelle leggi potranno avere conseguenze negative per gli autori e per la libertà di espressione.  Quando l'industria (o meglio, le attuali persone che ne costituiscono la dirigenza) accetterà il concetto che le leggi fisiche non possono essere cambiate dalle leggi scritte da un policy maker, allora, e soltanto allora, potrà iniziare a riflettere con più efficacia su come organizzarsi in un mondo in cui la copia dei numeri naturali è quasi istantanea, non costa niente e non può essere realisticamente proibita.

Ciao,
Paolo