Cosa c'è che non va nella proposta del Codice Azuni
Arturo Di Corinto
Dai primi di agosto del 2010 il ministro per l'Innovazione Renato Brunetta offre agli italiani la proposta di un Codice Azuni per la Rete. Lo fa attraverso un sito, www.azunicode.it, con l'obiettivo di scandagliare gli umori dei cittadini sul tema e raccogliere pareri e informazioni. La proposta si basa sul report di un gruppo di lavoro “che non rappresenta le posizioni del governo”, ma che riepilogando la storia dell'Igf ne riporta i temi trattati finora.
Una proposta meritoria quindi, visto che punta a coinvolgere i cittadini, ma insufficiente nel metodo e nel merito.
Le prime criticità della proposta stanno nella tempistica. La consultazione dura solo 30 giorni, è basata su una mailing list chiusa e moderata, si svolge nel periodo di agosto in cui due italiani su tre sono lontani da un computer.
La consultazione non ha un output definito. Si dice che la proposta serve a creare una tassonomia delle problematiche e delle best practices relative a Internet, ma non si capisce come verrà assemblata e utilizzata la parte offerta dai cittadini e se costituirà o meno la base della posizione italiana da portare in ambito internazionale e segnatamente a Vilnius in settembre.
La proposta sarebbe frutto di un tavolo di lavoro riunito dal novembre 2009, di cui nessuno ha mai saputo niente, costituito per la maggior parte da soggetti governativi, ben dieci, un solo parlamentare, della maggioranza, un solo imprenditore, tre professori universitari, non i più noti sul tema, un paio di esperti indipendenti e del Cnr. Con l'esclusione di tutti i soggetti che avevano nei 5 anni precedenti contribuito a definire la proposta italiana di una rete aperta presso le Nazioni Unite, e segnatamente marcata dall'assenza del portabandiera italiano, Stefano Rodotà e dai molti gruppi di interesse italiani Altroconsumo, Free Hadware Foundation, ISOC, Istituto per le Politiche dell'Innovazione, AIIP, Amnesty International, Wikimedia, Alcei ed altri. Più grave ancora la mancata e piena rappresentanza del Parlamento che attraverso le sue cariche più elevate (presidente Gianfranco Fini il 16 marzo 2010), si è ultimamente espressa a favore di una tutela piena del “diritto a Internet”.
La proposta inoltre, non tiene conto del lavoro importante avviato dalla costituzione dell'Igf Italia, il chapter italiano dell'Internet Governance Forum, nato su raccomandazione della Commissione Europea anche in altri paesi come Francia e Inghilterra. Qualsiasi proposta in assenza del contributo di questo organismo di coordinamento degli stakholder italiani, nato a Cagliari nell'ottobre 2008 che ha già tre incontri all'attivo (Cagliari, Roma, Pisa) e che si incontrerà di nuovo a Roma il 29 e 30 novembre 2010, appare una proposta monca, difettosa di esperienze, voci e pluralismo che ne dovrebbero costituire la missione istituzionale.
Sul merito, la proposta del Codice Azuni, nasce vecchia: i problemi e le criticità di Internet sono noti: assenza di infrastrutture, censura, privacy ridotta, costi elevati di connettivtà, digital divide. Inoltre azzera il lavoro fatto dagli italiani negli ultimi sei anni sotto governi diversi, ma perchè non riporta nessuno dei principi condivisi che sono ormai patrimonio dell'Igf e che sono precipitati nell'accordo Italia-Brasile: il rispetto della privacy e la protezione dei dati, la libertà d'espressione, l'accesso universale, la network neutrality, l'interoperabilità di dati e applicazioni, l'accesso globale a tutti i nodi della rete, l'uso di standard aperti e liberi, l'accesso pubblico alla conoscenza, il diritto a innovare e il rispetto dei princii del mercato, alla libera concorrenza online e i diritti dei consumatori in generale. Cioè tutte le cose che fanno di Internet la grande piattaforma di scambi e opinioni che è diventata negli anni.