Condivido con voi il ricordo di Stefano Rodotà (Garante Nexa)
pronunciato da Gustavo Zagrebelsky a Roma
qualche giorno fa (video: https://youtu.be/M0_hibBAmr0).
Zagrebelsky sottolinea, oltre al resto, l'attenzione di Rodotà
per il digitale.
Il testo si trova (diviso in due parti) nell'archivio online di La
Repubblica.
Buona serata,
juan carlos
Rodotà, giurista che metteva la
persona sopra le regole
GUSTAVO ZAGREBELSKY
NEL 1968, se la memoria non m'inganna, si tenne a Bologna nella
sede della casa editrice il Mulino un incontro tra giovani e
giovanissimi giuristi promosso da quell'infaticabile cercatore
di idee nuove e di studiosi innovatori che fu Giovanni
Evangelisti. Stefano Rodotà, che aveva 35 anni ed era già
considerato da tutti i presenti un punto di riferimento e di
rinnovamento, fece una relazione inquadrata in quel tempo, un
tempo che si pensava potesse essere, se non epocale, almeno
fecondo di novità. La sua relazione si sarebbe potuta
intitolare: «Sullo stato presente e sui compiti futuri dei
giuristi e della scienza giuridica». Non so se sia stata mai
pubblicata. C'ero anch'io, ma non temiate ch'io voglia parlare
di qualcosa come "Io e Rodotà". Questo accenno serve solo a
introdurre un altro ricordo: Evangelisti che, a incontro
concluso, disse ad alcuni dei presenti: attorno a quel
giovanotto voglio costruire qualcosa come una comunità di
giuristi che guardino avanti, che rinnovino la cultura
giuridica, la pongano al servizio non di vuoti concetti o di
poteri ormai screditati: in una parola, una visione del diritto
capace di contribuire alla costruzione di una società rinnovata.
Stefano doveva occupare il posto centrale di un mosaico.
Queste, naturalmente, sono parole mie, non i concetti; ma "quel
giovanotto" è testuale. Che cosa accadde allora? Sempre sotto
l'egida del Mulino, si promossero alcuni incontri a Tirrenia,
comune di Pisa, noto per l'architettura e l'urbanistica fascista e
per le dune di sabbia sul mare, di cui non si approfittò perché,
dati i prezzi degli alberghi, era sempre bassa stagione e il tempo
proibitivo. Stefano stava al centro. Attorno, ricordo tra gli
altri Alessandro Pizzorusso, Sabino Cassese, Natalino Irti, Franco
Ledda, Franco Levi, Franco Merusi, Valerio Onida, Franco
Bassanini, Giorgio Berti e un già allora spumeggiante Giuliano
Amato. Si formò quello che allora si definì il "Gruppo
di Tirrenia", tra persone
unite da una vaga aspirazione riformatrice del nostro mondo: se
non una corazzata, certo un potente incrociatore del diritto.
Gli incontri proseguirono a Venezia (auspice Feliciano
Benvenuti), Napoli, Cortona. I più giovani tenevano
particolarmente a essere invitati a partecipare, come a una
sorta di promozione sul campo e come viatico per future carriere
accademiche. Evidentemente, però, le riforme non sono, e non
furono allora, un collante sufficiente a tenere insieme tanti
brillanti intelletti: diciamo pure, tante prime donne. Molti di
quelli che ho nominato non ci sono più. Quelli che restano sono
andati ciascuno per la propria strada e il progetto iniziale è
andato perduto. Non del tutto, però.
Nel 1969 fu fondata una
rivista, Politica del diritto, che raccoglieva se non il
programma di Tirrenia — un vero e proprio documento con questo
nome non è mai stato partorito — ma certo lo spirito, l'impegno
e le speranze. Questa rivista, alla quale collaborarono giuristi
di cui ho già fatto il nome e altri a lor compagni, suscitò
reazioni nel sereno mondo dell'accademia tradizionale, più
disposta a privilegiare la quiete sulle novità che possono
portare scompigli. Si ricorderà che, quasi come reazione alle
teste calde di Politica del diritto, nel 1976 fu fondata da
illustri giuristi rappresentativi dell'establishment, Giovanni
Cassandro, Vezio Crisafulli e Aldo Maria Sandulli, un'altra
rivista dal tono più rassicurante, Diritto e società. Questo per
dire dello spirito di novità e delle reazioni suscitate.
Politica del diritto esiste tuttora e Stefano fino all'ultimo ne
è stato il direttore. Se mi soffermo su questa pubblicazione è
perché il suo progetto scientifico, al di là della sua attuale
diffusione, corrispose e tuttora corrisponde a una tendenza e a
una esigenza ancora presente che Stefano Rodotà ha rappresentato
e interpretato come meglio non si sarebbe potuto, per quasi
mezzo secolo. Si trattava di fare del diritto e della sua
cultura una forza efficiente di trasformazione della politica e
della società, nel segno e nel solco che i principi della
Costituzione prefigurano. A questo fine, il mondo stretto del
diritto avrebbe dovuto aprirsi e guardare il vasto mondo, un
mondo che, allora, stava cambiando. Politica del diritto non era
certo una proposta di asservimento del diritto alla politica e
ai suoi attori. Non proponeva affatto che i giuristi
diventassero forze collaterali di questo o di quel partito. Non
voleva politicizzare il diritto in questo senso. Semmai aspirava
a giuridificare la politica, cioè a inquadrare quest'ultima in
categorie giuridiche adeguate alle esigenze dei tempi, esigenze
che erano di rinnovamento, di espansione della democrazia, di
valorizzazione di diritti e di uguaglianza. In breve, era anche
una proposta di etica per gli studiosi del diritto: né soltanto
avvocati e nemmeno solo consulenti, ma soprattutto attori nella
sfera del dibattito pubblico con gli strumenti del diritto.
Se guardiamo alle idee e
ai propositi di quel tempo giovanile, dobbiamo constatare che
molto s'è perso per strada, che poco è rimasto e non molto di
quelle speranze ha fatto scuola. L'energia originaria si è
dispersa in tanti rivoli. La cultura giuridica rappresentata da
quel progetto e da quel gruppo di giovani e meno giovani di
belle speranze non ha resistito alle tante tentazioni che, come
da sempre, propongono ai giuristi funzioni ancillari di
interessi particolari, interessi che dispongono di numerosi e
molto persuasivi strumenti seduttivi.
Non così Stefano Rodotà.
In questo " non così" possiamo dire essere racchiuso il segreto
d'una certa aura di autorevolezza che lo circondava,
riconosciuta anche da coloro che ne hanno contestato la figura
pubblica, talora non temendo di dar di sé prove di trivialità e
prove d'ignoranza. Tutto nella sua attività scientifica: libri,
articoli, conferenze, interviste, commenti giornalistici,
promozione — come si dice — di eventi ( soprattutto il Festival
del diritto di Piacenza, di cui lamentiamo l'interruzione);
tutto, dicevo, testimonia una coerenza che non è solo un aspetto
della sua personalità ma è anche l'adesione a una certa idea del
diritto e del giurista. Il diritto non esiste se i giuristi non
esitano a farne usi occasionali che finiscono con il coincidere
con l'interesse personale. Se non esiste qualcosa come " i
giuristi", rappresentativi di un'unità se non di risultato
almeno d'intenti, il diritto è distrutto e, invece di
contribuire alla convivenza, alimenta la discordia. Quanto ho
detto adesso si vede facilmente quando da " i giuristi" passiamo
a quella categoria particolare che sono " i costituzionalisti".
Che cosa è la Costituzione se ogni questione di diritto
costituzionale alimenta le opinioni più diverse in contrasto le
une con le altre e motivate da finalità divergenti? La
conseguenza è una sola: la Costituzione sparisce e nella lotta
politica, che dovrebbe trovarvi la sua regola, prevalgono gli
interessi politici di breve durata. Chiunque, per quasi
qualsiasi buona o cattiva azione, trova il parere del
costituzionalista, talora il "parere pro veritate", che gli
conviene. Non so perché l'essere "costituzionalisti" goda d'un
certo plusvalore presso i formatori della pubblica opinione.
Stefano Rodotà era spesso definito tale ma, tutte le volte che
poteva, reagiva con un piccolo sorriso sardonico: non
costituzionalista, non sum dignus sembrava sottintendere con un
poco d'ironia, ma civilista. Insomma, sembrava volesse marcare
una distanza e non confondersi rispetto a un mondo che, da
questi anni, è andato disgregandosi e contribuendo alla
confusione.
Ma i confini delle
discipline accademiche hanno un senso per chi si interroga a
partire non dai dogmi e dai concetti, ma dalla funzione del
diritto nella vita civile? Il percorso intellettuale di Stefano
Rodotà è particolarmente significativo. È stato giurista al di
sopra delle classificazioni disciplinari. Aggiungo: giurista non
totalizzante, non fanatico delle cosiddette "regole". Sapeva
benissimo che al di là del diritto c'è molto altro che guida più
o meno degnamente le condotte umane: cultura, etica, interessi.
C'è, del 2006, un suo libro che mi pare dovrebbe essere letto e
meditato di più di quanto lo sia stato. S'intitola La vita e le
regole. Tra diritto e non diritto. Non tratta soltanto degli
aspetti giuridici di ciò che da qualche anno si usa definire "la
nuda vita"; tratta dei limiti del diritto, dei pericoli del
guardare il mondo solo con occhi del giurista, dell'illusione di
credere che il mondo stia in piedi perché c'è il diritto e ci
sono i giuristi. I suoi studi sul concetto di "persona" dicono
quanto è sbagliato considerare la persona solo come "persona
giuridica", cioè come fascio, punto d'imputazione di diritti e
di doveri, secondo la concezione kelseniana. Fatta questa
delimitazione delle pretese del diritto, tra ciò che rientra nel
suo ambito, è oggi impossibile costruire steccati. Stefano è
stato un illustre civilista ma, evidentemente, non soltanto.
Consultiamo i temi delle sue opere maggiori, seguendone i
percorsi.
All'inizio stanno due
libri su temi del diritto civile che più "classici" non
potrebbero essere, la responsabilità civile ( Il problema della
responsabilità civile del 1964) e il contratto ( Le fonti
d'integrazione del contratto, del 1969). Chi consultasse questi
primi scritti vi troverebbe una traccia che avrebbe portato
lontano: l'impostazione non formalistica che collega il diritto
non al diritto, cioè con sé stesso in un circolo vizioso, ma al
diritto in funzione della sua — potremmo dire — "giustezza"
rispetto alle aspettative sociali. Del 1967 è lo scritto che
mette in rapporto l'oggetto dei suoi studi con il contesto
culturale in cui si posa, si è posato in passa- to e si vorrebbe
che si posasse in futuro, Ideologie e tecniche della riforma del
diritto civile. Di quegli anni è il libro forse più famoso, Il
terribile diritto (1981) più volte ripubblicato fino
all'edizione del 2013 che porta un'aggiunta nel titolo: Studi
sulla proprietà privata e i beni comuni. Questa riedizione-
integrazione è una testimonianza della continuità del suo
impegno scientifico e civile. L'idea, anzi la categoria
ricorrente come oggetto polemico in tutti i suoi scritti è la
"logica proprietaria" o, potremmo dire, rapace, la logica che
fagocita tutto e tutti nei meccanismi del mercato e mercifica
ogni bene mettendolo a disposizione della predazione dei più
forti e sottraendolo ai deboli. Contro questa forza distruttiva
delle relazioni tra gli esseri umani stanno innumerevoli scritti
e interventi nelle più diverse sedi. Mi limito a ricordare
Logica proprietaria tra schemi ricostruttivi e interessi reali
del 1978. Ma la critica alla logica proprietaria e, in fin dei
conti, all'egoismo dei potenti che schiaccia gli impotenti
dividendo la società in due parti è il filo conduttore di tutti
gli scritti, direi di tutto il suo impegno a favore di un'etica
dei diritti. Di diritti e libertà, Stefano si confessò
"innamorato" nel suo intervento del 2004 alle Lezioni Bobbio
(Einaudi, 2006) e, in effetti, come tutti gli innamorati che non
sanno staccarsi dal loro amore, le occasioni per ritornare a
esso, approfondire, denunciarne i tradimenti sono state
numerosissime. Non è possibile, in questa sede, nemmeno farne un
elenco. La summa del suo pensiero è raccolta nel fortunatissimo
volume Il diritto di avere diritti del 2012 che già nel titolo —
una citazione da Hannah Arendt la quale si riferiva alla
condizione degli ebrei d'Europa sradicati, privati d'ogni
diritto e esposti a qualsiasi impune violenza — si volge a
considerare la condizione di coloro, sempre più numerosi nel
tempo attuale, che dalla concentrazione dei capitali,
dall'economia e dalla tecnologia alleate in una corsa frenetica,
dalla depredazione dei territori e dai disastri ecologici, sono
privati della base stessa da cui poter reclamare una qualsiasi
protezione: gli sradicati della terra. Non sempre, dunque, i
diritti producono frutti benigni. I diritti dei potenti, quando
entrano in conflitto con la condizione degli impotenti,
producono effetti perversi. Diventano volano per accrescere le
ingiustizie e le distanze sociali nell'economia, nella
conoscenza, nella partecipazione politica. Possono trasformarsi
da strumenti della libertà e della liberazione in strumenti
dell'oppressione. Ciò non solo per la prepotenza degli uomini ma
anche per lo sviluppo distorto di tecnologie capaci di
massificare l'umanità, di trasformarla in una grande arena
dell'ubbidienza dominata dall'inganno, di aprire la stagione del
"post-umano" in cui l'uomo entrerà in competizione con le
macchine pensanti da lui stesso pensate e sarà soggetto —
beneficato o maledetto — alle ingegnerie genetiche. Nell'ultima
fase delle sue riflessioni, Stefano si è aperto a temi che sono
al confine tra la filosofia e il diritto, trattando di persona
umana, dignità, solidarietà, verità, autodeterminazione, perfino
di amore ( Diritto d'amore, 2014). Questi entrano nei titoli di
suoi brevi saggi e nelle diverse parti del
Diritto di avere diritti,
di cui occorrerebbe leggere con attenzione il Prologo. Vi
troviamo testimoniata ancora una volta la fede nei diritti, ma
in modo sorprendentemente problematico per un "innamorato".
Proietta un'ombra inquietante il timore circa le disfunzioni
sociali ch'essi possono provocare già oggi e ancor di più nel
prossimo futuro quando essi entrano nel grande affare della
mercificazione generalizzata di tutti i beni della vita e
perfino degli esseri umani come tali. Si potrebbe dire che i
diritti, pilastri della civiltà che abbiamo concepito, tra tante
cose buone portano in sé non poche tossine e che queste stanno
crescendo e occorre richiamare su di esse la nostra attenzione.
In un discorso del 1987 Norberto Bobbio aveva tracciato un
bilancio della storia dei diritti umani e, avventurandosi
sorprendentemente (per uno come lui) sul terreno infido e
controverso del "progresso morale" dell'umanità, aveva sostenuto
che almeno sotto un aspetto si poteva vedere un segno positivo:
«La crescente importanza data nei dibattiti internazionali, tra
uomini di cultura e politici, in convegni di studio e in
conferenze di governi, al problema del riconoscimento dei
diritti dell'uomo». Rodotà certamente condivideva questo
giudizio. Solo in base a tale condivisione si comprende la
quantità di energie intellettuali ch'egli ha dedicato a questo
tema. Ma, forse, nel bilancio finale si è insinuata la domanda:
progresso sì, ma verso che cosa? Per questo, occorre ora
concentrare l'attenzione sulle degenerazioni, non per tornare
indietro come sognano coloro che rimpiangono tempi andati che
non ritorneranno mai più. Rodotà non era affatto un nostalgico.
Il suo sguardo è stato sempre rivolto al futuro, è stato un
precursore. I suoi scritti sulle tecniche informatiche, sulla
"rete", fino alla "rivoluzione digitale" non si contano. Già nel
1973, quasi cinquant'anni fa, quando ancora nessuno ne parlava,
aveva pubblicato un testo dal titolo piuttosto démodé,
addirittura archeologico, che fa pensare alle macchine che
allora leggevano le schede perforate ed ora farebbero sorridere
qualunque tecnico informatico alle prime armi: Elaboratori
elettronici e controllo sociale. In breve tempo, questo tema,
collegato ai diritti della privacy e alla formazione dei grandi
imperi informatici capaci non solo di abbattere le barriere che
proteggono la vita privata, ma anche di controllare e ricattare
i governi, sarebbe diventato cruciale e Rodotà in Italia e non
solo in Italia, sarebbe diventato uno dei maggiori esperti in
materia.
Se ho indugiato su queste
citazioni e su questi ricordi è perché essi testimoniano di una
fedeltà e di una coerenza che, al di là dei bilanci sull'opera
scientifica che certamente sarà adeguatamente studiata in sede
accademica, sono ciò che con maggiore vivezza mi si presenta
alla mente a poco più di tre mesi dalla scomparsa di Stefano, il
nostro compagno che abbiamo ammirato prima e rimpiangiamo ora e
che possiamo avere ancora tra noi nel ricordo e nello studio di
ciò che ci ha lasciato.
Questa mia testimonianza,
pur nella sua brevità, sarebbe gravemente incompleta se non
menzionassi il suo rigoroso contributo alla difesa e alla
valorizzazione della Costituzione, anche qui in coerenza col
programma di quel gruppetto di giovani giuristi che alla fine
degli anni '60 si ritrovarono per farne il programma d'una
politica del diritto. Quanti dibattiti, quanti articoli di
giornale e quante interviste, quanta generosità nell'aderire a
iniziative di associazioni e circoli culturali. È stato detto
che Rodotà e tanti altri con lui avevano idealizzato la
Costituzione come "la più bella del mondo", sciocca espressione
usata per accusare i suoi difensori di vuoto idealismo, di
estetismo costituzionale cieco di fronte a cose concrete come le
esigenze di semplificazione del sistema politico, di velocità
del decidere, di "governabilità". Non è stato affatto così: si
trattava di un'altra visione istituzionale che aveva a cuore la
difesa di una certa idea di democrazia partecipativa
perfettamente in linea con la difesa dei diritti. Questa visione
per anni ha alimentato idee anticostituzionali, ispirate a
quella che si potrebbe dire la "democrazia decidente" che è (se
così si può ancora chiamare) democrazia "discendente". Non si
sarebbe trattato, dunque, di ingegneria costituzionale
indirizzata al miglioramento delle istituzioni ma di uno
stravolgimento, anzi di un rovesciamento oligarchico. Sappiamo
che cosa è l'oligarchia. Ce lo dicono i classici: il governo dei
privilegiati, i diritti dei più forti, dei più ricchi. Questo è
spiegato in un libretto che Stefano ha scritto in occasione del
referendum del 4 dicembre, Democrazia e costituzione. Perché
dire no: uno scritto militante a favore della Costituzione, dei
diritti di tutti, di quella che si chiama la "cittadinanza
attiva" dei cittadini.
Anche in questo ultimo
impegno pubblico vediamo la sua coerenza, associata alla
costante denuncia del degrado crescente della classe politica e
della corruzione dilagante. La retorica delle riforme è stata il
tentativo fraudolento di dirottare l'indignazione sulle
istituzioni per liberarsi delle responsabilità proprie e,
addirittura, per dotarsi di regole costituzionali protettive che
avrebbero reso ancora più difficile di quanto già sia il
contrasto ai mali della nostra vita pubblica. Rodotà ha
denunciato tutto questo in un altro libro in cui egli non ha
esitato a darsi del moralista ( Elogio del moralista, 2013), ben
sapendo che questa parola gli avrebbe attirato la critica, anzi
l'ironia, dei realisti cinici che la sanno lunga e si fanno
beffe dell'etica in politica. Ciò che ha impedito a Rodotà di
assurgere a cariche anche più importanti di quelle pur
importanti che ricoprì è precisamente la sua indisponibilità a
partecipare ai giri, ai circoli di quel tipo di realismo.
Per queste e per tante
altre ragioni ci troviamo qui a ricordare il nostro amico e a
dolerci della sua scomparsa, a dolerci d'un vuoto nel mosaico in
cui amiamo collocare noi stessi. Ma c'è molto d'altro che
difficilmente potremmo esprimere in pubblico e più facilmente
conserveremo dentro di noi. Riempiremo a lungo il vuoto
ricordando spesso e con rimpianto l'immagine austera di Stefano,
un'immagine che creava attorno a lui un'aura di rispetto. E
ricorderemo i modi affabili, il volto scavato e pensieroso e
anche, purtroppo, sofferente degli ultimi mesi in cui l'abbiamo
avuto con noi, sempre fino all'ultimo, generoso del suo tempo,
della sua cultura e della sua passione.
Pubblichiamo il testo dell'intervento con il quale Gustavo
Zagrebelsky ricorda oggi alla Camera dei deputati Stefano
Rodotà, scomparso a Roma nel giugno scorso.
La Repubblica, 2 ottobre 2017, p. 1 e pp. 28-29.
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2017/10/02/rodota-giurista-che-metteva-la-persona-sopra-le-regole01.html
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2017/10/02/stefanorodota28.html