<https://www.doppiozero.com/materiali/sei-disposto-rinunciare-alla-tua-privac...> Sei disposto a rinunciare alla tua privacy per salvarti la vita? Oliviero Ponte Di Pino La sera del 16 aprile 2020, il Commissario straordinario per l'emergenza sanitaria, Domenico Arcuri, ha ufficializzato la scelta dell'app italiana per il tracciamento. “Immuni” è stata sviluppata dalla società milanese Bending Spoons, che ha al suo attivo app di successo per Yoga e Fitness, in collaborazione con il Centro Medico Sant'Agostino e Jakala. Ha vinto la selezione operata dal gruppo di 74 esperti della task force lanciata il 31 marzo 2020 dal Ministro per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione in accordo con il Ministero della Salute. Il ministro Paola Pisano aveva spiegato che la app avrebbe dovuto “individuare e valutare soluzioni tecnologiche data driven per supportare il Governo e gli altri pubblici decisori nella definizione di politiche di contenimento del contagio da Covid-19”. Delle 319 proposte arrivate, il 10% (compresa “Immuni”) usava il bluetooth (che traccia i contatti), anche se il presidente della task force Colao avrebbe preferito utilizzare anche il GPS, che traccia la posizione. Durante la fase 2, ovvero il progressivo ritorno alla normalità dopo il lockdown, “Immuni” ci permetterà di verificare l'utilità del Capitalismo della Sorveglianza per la salute pubblica. L'emergenza coronavirus segna uno spartiacque, come ha scritto Yuval Harari sul “Financial Times” il 30 marzo. Fino a poche settimane fa, il “tracciamento” era riservato ai sospetti criminali (nel corso delle indagini giudiziarie), ai detenuti agli arresti domiciliari o ai malati di Alzheimer (il braccialetto elettronico). I servizi segreti israeliani già usavano questi dati nell'ambito della lotta contro il terrorismo. I sondaggisti avevano ridotto la questione a una domanda: “Sarebbe d'accordo che lo Stato controllasse gli spostamenti anche senza il loro consenso, limitatamente al periodo dell'epidemia?” Secondo SWG, il 64% degli italiani si era dichiarato favorevole. Si tratta ora di estendere questo controllo capillare all'intera popolazione, su base volontaria (come accade con “Immuni”) oppure a insaputa dei cittadini (attingendo ai big data di aziende private come le telecom o i big di internet) oppure obbligandoli a fornire informazioni personali. Per il virologo Roberto Burioni, a giudicare dal tweet del 12 aprile, la sorveglianza va accettata senza troppe storie: “Anche io chiedo che la privacy sia tutelata; ma chi di fronte a una epidemia che sconvolge le nostre vite dice 'mi spengo GPS e bluetooth' lo classifico tra i babbei”. Una app non è un vaccino. Perché “Immuni” possa risultare efficace nel contenere l'epidemia, devono verificarsi diverse condizioni. In primo luogo, deve essere scaricata da un gran numero di persone: in Italia dovrebbero essere alcune decine di milioni di utenti, tutti dotati di smartphone (anche se non tutti gli italiani ne hanno uno). Deve essere aggiornata periodicamente, anche due volte al giorno in caso di positività. Va integrata con altre misure, come tamponi e test sierologici di massa. Infine va inserita in un flusso di comunicazione che può essere gestito solo dal sistema sanitario. “Se c'è una cosa che questa pandemia ci rivela è che dati e computazione corrispondono alla nostra sopravvivenza, capacità e possibilità di esistere. (…) Dall'accesso a enormi quantità e qualità di dati dipende, quindi, la nostra possibilità di conoscere, comprendere, posizionarci ed agire nei confronti delle sfide fondamentali del nostro ambiente” (Salvatore Iaconesi, Dati usati per ricostruire le relazioni sociali, in “Il Sole-24 Ore”, 5 aprile 2020). Il cittadino come miniera di dati Già oggi ognuno di noi già oggi produce un'enorme quantità di dati, in quanto consumatore, perché è iscritto a un social network, quando usa un servizio pubblico, o semplicemente quando si sposta... Secondo Michail Kosinski della Stanford University, nel 2012 ciascuno di noi produceva in media 500MB al giorno, oggi siamo a 62 GB. Negli ultimi anni si è aperta una gigantesca caccia ai dati personali. Alcuni vengono forniti volontariamente e consapevolmente. Altri vengono “regalati”, in apparenza di nostra volontà attraverso i “contratti” che firmiamo online, ma in realtà “estratti” senza alcuna reale possibilità di controllo da parte nostra. Altri dati siamo obbligati a fornirli: per esempio, attraverso l'autocertificazione sulle ragioni degli spostamenti “necessari” che ci viene richiesta dalle autorità di polizia. Un primo problema riguarda dunque la consapevolezza dei dati che forniamo e il controllo che ne abbiamo. Quali dati? Quanti? Sono veri o falsi? Possiamo consultare i nostri profili e magari correggerli? Un secondo ordine di problemi riguarda l'uso che viene fatto di queste informazioni. Per il bene della collettività? Per una campagna di marketing personalizzata? Perché un assicuratore valuti le mie probabilità di ammalarmi prima di propormi una polizza? Per la salute pubblica? Chi usa “Immuni” lo farà su base volontaria, è ovviamente consapevole delle informazioni che inserisce, e che restano sul suo dispositivo. Il suo smartphone conserva anche la lista dei contatti recenti via bluetooth (ma anonimizzati). [...]