Furono indagati per false comunicazioni sociali l’ex presidente della casa editrice del Sole, Benito Benedini; l’ex amministratore delegato e direttore generale Donatella Treu; il direttore del quotidiano, Roberto Napoletano, che è ritenuto dagli inquirenti non soltanto il direttore giornalistico della testata, ma anche uno degli amministratori di fatto della società editrice, e con un “ruolo preponderante” (attualmente sotto processo penale a Milano in primo grado per false comunicazioni sociali, reato per il quale Benedini e Treu hanno patteggiato).
Gli altri indagati dovevano invece rispondere di appropriazione indebita, perché hanno avuto a che fare, a diverso titolo, con la Di Source che gonfiava fittiziamente (e non gratis) il numero delle copie vendute. Erano Massimo Arioli, direttore finanziario del Sole 24 ore tra il 2011 e il 2013; Alberto Biella, direttore vendite tra il 2011 e il 2015; Stefano Giuseppe Quintarelli, direttore finanziario tra il 2011 e il 2013 e poi deputato di Scelta civica. A loro si aggiungevano Filippo Beltramini, responsabile della società inglese Fleet Street News, controllata dalla Di Source Ltd; Giovanni Paolo Quintarelli, imprenditore, fratello del deputato; il commercialista Stefano Poretti; e il softwarista Enea Mansutti.
Sotto osservazione erano decine di migliaia copie digitali del Sole, dichiarate come vendute nel marzo 2016, ma risultate allocate alla Di Source con soldi pagati non dai lettori, ma dal Sole stesso. Di Source trasmetteva al Sole un elenco di migliaia di indirizzi email inventati di falsi sottoscrittori esteri di abbonamenti digitali inesistenti.
Gli ispettori Consob hanno verificato come fosse lo stesso Sole 24 Ore a mettere a disposizione di Di Source prove documentali ad hoc per dimostrare la vendita delle copie digitali ai revisori contabili. Il Sole, insomma, aiutava società terze che portavano i suoi bilanci in perdita a ingannare, a quanto pare, i controllori. Una meravigliosa partita di giro che la Consob descrive così: «Il pagamento delle fatture passive per gli acquisti delle copie digitali del quotidiano era effettuato da Di Source Ltd dopo aver ricevuto pagamenti del Sole 24 Ore per i servizi forniti dalla stessa Di Source Ltd. Pertanto, era di fatto il Sole 24 Ore spa a fornire la provvista finanziaria Di Source Ltd per effettuare i pagamenti».
Una partita di giro remunerativa visto che tra il 7 marzo 2013 e il 3 marzo 2016 Di Source ha guadagnato 2,96 milioni di euro (che poi è stata costretta a rimborsare). Ma chi ha intascato i soldi? Il rapporto Consob elenca Massimo Arioli, Giovanni Paolo Quintarelli, suo fratello Stefano Quintarelli, Enea Mansutti, Alberto Biella, il direttore delle vendite e customer manager fino al settembre del 2015 e pure colui che, stando alle testimonianze, alla fine del 2012 suggerì di firmare i contratti con Di Source Ltd.
Ma "gli ex dipendenti del Sole non si sono limitati a partecipare in prima persona al banchetto della Di Source, hanno invitato anche le consorti: tra i soci infatti risultano la moglie di Biella, Paola Torchio, Lorella Dall'Ora, moglie di Quintarelli, e Marisa Bessi, moglie di Stefano Poretti, ex sindaco di alcune società del Sole. L'informativa Consob cita anche Stefano Giuseppe Quintarelli e lo stesso Poretti come referenti della Di Source Ltd" (Il Fatto Quotidiano).
L'accusa di appropriazione indebita fu ritirata solo perché i soci di Di Source rifusero al Sole i 2,9 milioni di differenza tra quanto ricevuto e quanto versato al giornale nel volgere di tre anni e mezzo.
Dunque Quintarelli, sa di cosa parla quando parla "digitalizzazione che complica, non semplifica". Ma su una questione sbaglia: nonostante ci avesse investito ben 2,9 milioni, il Sole non imparò a usarla.