Ciao Luca,
certo di chiarire meglio il pensiero. Partendo da un punto: lungi da me pensare che le critiche vanno zittite. Criticavo le critiche, semmai, come occasioni mancate. E, sì, le criticavo in generale senza prenderne qualcuna in particolare, tranne il riferimento all'articolo di Bordone su Wired che ho trovato particolarmente esemplificativo, tra i molti contenuti apparsi in rete, del problema che ho sollevato. Ovvero critica delle opinioni, con pochi fatti. E te ne do atto, l'articolo di PI cerca di evitare di caderci dentro.
Nel merito di quello che scrivi
a) Credo che il giornalismo d'inchiesta, soprattutto in televisione, soprattutto in Italia, sia una mosca bianca. Non lo fai per essere visibile, ma per rispetto di un certo modo di intendere il mestiere. Se vuoi essere visibile fai il direttore di "Chi", no?
b) Però ribadisco: Report ha esagerato? Forse. Voleva stupire? Forse. Voleva aprire un vespaio? Non lo so, forse. Di certo voleva parlare di una questione che è dibattuta da una elites di persone nel paese ma che riguarda tutto il resto perché il temi della società dell'informazioni sono stabilmente nella agenda economica e politica del paese reale. Quello televisivo segue altre agende. E allora ben venga un programma come Report che squarci il velo.
c) Il giorno dopo Report abbiamo avuto flotte di cittadini che sono corsi a cancellare account e contratti di ADSL? Non credo. Nel paese in cui la seconda carica dello stato sulla vicenda tartaglia parla di "ambienti vicini ai social network", il portavoce del partito di maggioranza scrive un libricino contro wikileaks, il segretario del maggiore partito di opposizione invitato ad convegno organizzato dal suo staff sulla banda larga parla della chimica industriale e ammette di non conoscere cosa sia un iphone, permettimi, se la gente non è in rete non è certo colpa di Report. C'entrano, eccome, invece le politiche industriali sull'ICT, il ruolo della pubblica amministrazione, di scuola ed università, ecc. Tutte cose che non dovrei spiegare in una lista come questa. Tutte cose in mancanza delle quali la mitica casalinga di Voghera, alla quale Gabanelli - e giustamente - dice di parlare, si domanda: ma in rete di dovrei entrare per farci cosa? Per risolvere quale dei miei problemi?
d) E soprattutto le persone non hanno cancellato il proprio account su Facebook o su Google perché TINA: there is no alternative. Sono così convinto che di cose da approfondire ce n'erano così tante che - pensa un po' - io criticherei Stefania Rimini perché non ha parlato del lavoro di Ippolita su Google, non ha parlato di Diaspora o del progetto Freedom Box della FSF. Google, Facebook e altri colossi del settore non sono il male. Ma cerchiamo di evitare di considerarli come strumenti neutri. Con un martello al massimo mi schiaccio un dito, in Facebook c'è un pezzo consistente della mia vita che può essere usato anche dai datori di lavoro per il recruiting. Per dire se sono gradito o meno al di là del mio curriculum, altra cosa che Report non ha messo in evidenza.

Questo week end a Perugia ci sarà Evgeny Morozov che presenta il suo libro "The Net illusion". Piaccia o meno dentro quel libro ci sono delle tesi con le quali fare i conti. Veniamo tutt* da una struttura del discorso pubblica plasmata da una cultura mediatica novecentesca. Semplificazione dei messaggi, diffusione broadcast, strutture ideologiche forti, adesione per plebiscito. La cultura della rete, quella digitale con quale quale sono cresciuto io, è sempre andata in altra direzione. E a me sembra che oggi lo scontro in atto sia tra la possibilità di promuovere società aperte e inclusive, ispirate a questi altri principi, e la tentazione sostenuta da motivi economici e politici di rendere questi strumenti una specie di nuova tv, solo più interattiva. E quando quel pezzo di rete che sostiene di ispirarsi ai principi della cultura digitale perde l'occasione dello squarcio aperto da una trasmissione come Report, be' io credo che sia giusto dire che l'occasione l'hanno persa in molti. E non possiamo chiamarci fuori.

M

Il giorno 14 aprile 2011 18:50, Luca Annunziata <luca.annunziata@gmail.com> ha scritto:
salve Marco,

un solo appunto, per l'amor di cronaca: sostenere che qualcuno abbia criticato per ottenere visibilità, quando il giornalismo di inchiesta alla report si basa per l'appunto sulla visibilità, mi pare un cortocircuito fantastico

detto ciò: chi, come il sottoscritto, ha criticato lo ha fatto anche con alle spalle anni di articoli su tor, privacy, https, profilazione, behavioural advertising ecc ecc

come già detto: report ha voluto calcare (troppo?) la mano su un aspetto, avrebbe anche dovuto offrire maggiori informazioni su altre questioni
e non a detta dei dirigenti google o facebook: a detta di un sacco di gente che non ha interessi diretti in quelle imprese, ma ha interessi diretti nella salute (economica e di libertà) della Rete

una provocazione: se poi, ci volete anche togliere il sacrosanto diritto di criticare in Rete ciò che non ci gusta, allora dalla prossima settimana ci limiteremo a guardare in religioso silenzio report (e attendiamo la ratificazione dell'infallibilità in un concilio vaticano di prossima convocazione) ;)

a presto
L

Il giorno 14/apr/2011, alle ore 18.04, Marco Trotta ha scritto:

> Aggiungo i miei due cents alla discussione ed anticipo la conclusione: ritengo che tutta la vicenda, prima che Report, possa risultare una occasione sprecata
>
> E in breve:
> a) Tv e rete sono media diversi. La materia cui si occupava quel servizio era complessa, ma Report fa giornalismo, non sociologia. Gabanelli è stata chiarissima e concordo con l'articolo di Anna Masera che lo ribadisce. Tradotto significa che l'impiegato di banca vittima di "sniffing" della password è una notizia. Il fatto che abbia usato il nome del gatto è un problema di formazione e il prof. Renzo Davoli da tempo ha coniato un neologismo molto appropriato a questo proposito: nelle scuole e nelle università, e tramite la EUCD, noi insegnamo computerese, non informatica. Il fatto che che l'accesso abusivo sia stato fermato per tempo è un problema tecnico. Ma il fatto che dietro l'utilizzo di questi strumenti ci siano principi, diritti e doveri è un fatto politico che riguarda istituzioni e società civile. Le persone hanno diritti, i prodotti no. Da questo punto di vista il taglio di Report era giornalistico ed assolutamente appropriato.
> b) Poteva un media generalista approfondire tutti questi piani insieme? No. Doveva, invece, visto che è giornalismo d'inchiesta dare conto della faccia oscura della luna web 2.0. Chi ha sminuito la cosa o ha evaso la domanda dimostra di avere ben poche argomentazioni solide dalla parte dei suoi ragionamenti. E soprattutto non conosce un pezzo consistente di paese. Ha ragione Il Giornalaio [1] si sta consolidando un approccio di massa e broadcast a questi strumenti. Altro che coda lunga, cicli virtuosi, ecc. Un approccio gradito alle strategie aziendali (e monopoliste) dei vari Google, Facebook, ecc, di consolidamento di un core business per lo più ignorato. E non si tratta, come piace scrivere spesso a Bordone, di fare dell'anticapitalismo stucchevole. Si tratta di ribadire il principio già sottoscritto da Stefano Rodotà: noi non possiamo aspettarci che i diritti di una bill of right nella società dell'informazione (volo alto, qui lo posso fare) vengano concessi dai soggetti privati. Come ho trovato un po' grottesco che per chiedere una internet libera pezzi di società come il popolo viola abbiano fatto sit in alle ambasciate USA. I diritti, che alle persone interessano più che avere una password sicura, si chiedono essendo informati. Cioé parlando della luna, e anche del suo lato oscuro, e non del dito che la indica.
> c) E qui sta l'occasione persa di chi ha bloggato, twittato, e di molti commenti che ho letto anche qui. Se i media generalisti hanno ancora il compito di fare una foto alla luna, andardi a guardare dentro tocca alla rete. C'era tutto. Un video disponibile da linkare a chi non ho aveva visto. Il testo del servizio. E, invece, di entrare nel merito di si sono commentate le opinioni. Questo sì, un approccio da tv generalista, oltre che molto italiano. Tradotto con un esempio? Ad un certo punto nel servizio si dice parla di siti oscurati e di TOR che serve a superare la censura. Chi fa il mio mestiere, o è solo più addentro alla materia, sa che è una informazione sbagliata. TOR serve a navigare in anonimato. Ma nella pletora di commenti non ho letto nessuna analisi di questo tipo e gli esempi erano decine. Come non visto links ai tutorial che spiegano come abilitare https su Facebook o Twitter. Chi è che sta perdendo l'occasione la Gabanelli o la rete italiana? Chi è che sta facendo allarmismo la Gabanelli o chi la critica senza uno straccio di considerazione, link, ecc.? Dopo qualche giorno qualcuno ha aperto un wiki per corregge gli errori del servizio [2]. E' un approccio assolutamente interno ai paradigmi di rete. Bene, voglio vedere quante delle "web star" che hanno criticato Report concorreranno a riempirlo dimostrando che la voglia di intervenire non era dettata dal bisogno di pompare l'ego di links, like e retweet. Che è anche questo un lato oscuro della luna, sì quello in buona compagnia con il peggio giornalismo di carta o di tv che abbiamo subito in questi anni.
>
> In ultimo ringrazio il partito pirata del suo comunicato.
>
> MT
>
>
> [1] http://giornalaio.wordpress.com/2011/04/11/social-media-o-distribuzione-sociale-dei-mass-media/
> [2] http://www.markingegno.biz/blog/2011/04/13/report-wiki-per-il-come-e-andata-a-finire/
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