Digital Humanities è un movimento trasversale, una forza dirompente che si agita all'interno dell'accademia - prevalentemente nordamericana - e che incoraggia l'uso di strumenti natura essenzialmente computazionale per lo studio di fenomeni legati all'umanistica e all'arte. E' una delle tendenze più interessanti dell'ultima decade e, come tale, poteva svilupparsi solo in ambienti universitari non regolati da logiche feudali e baronali che sopprimono l'innovazione, soffocano la ricerca e promuovono il mantenimento perpetuo dello status quo. Il manifesto dell'Umanistica Digitale - che avevo tradotto in italiano ai suoi tempi per la pubblicazione Duellanti - celebra l'applicazione di analitici solitamente utilizzante in contesti scientifici- dalla data visualization al design, dall'analisi statistica alla neo-cartografia. A promuovere una serie di innovativi approci allo studio della cultura e dell'arte nel suo complesso spiccano i players principali dell'universita' americana, da Stanford a Harvard, da NYU al MIT.
Cinque pesi massimi dell'accademia 2.0 - Anne Burdick, Johanna
Drucker, Peter Lunenfeld, Todd Presner e Jeffrey Schnapp (di
cui avevamo recensito l'eccellente Electronic Age Book
qui, un altro "Best of") - hanno curato per i tipi di MIT
Press un imprescindibile volume che fa il punto della situazione
sull'Umanistica Digitale. Intitolato Digital_Humanities
(enfasi sull'underscore, che attesta una tensione
anziché una semplice giustapposizione), questo volume corale è il
contributo più illuminante tra quelli pubblicati sul tema da un
lustro a questa parte.
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http://blog.wired.it/misterbit/2012/12/07/best-of-2012-digital_humanities.html