Raccolgo l'esortazione, ricevuta, a chiarire il mio pensiero, scusandomi sin da ora per il tempo che ruberò a tutti.

La mia perplessità nasceva dalle due considerazioni che ho visto contenute nell'articolo: "Autorità sottoposta da sempre a grandi pressioni politiche  ...i margini di discrezionalità non sono poi così tanti...". La considerazione "i margini di discrezionalità non sono poi così tanti" implica che la decisione politica sulla composizione degli interessi delle forze sociali in campo avviene altrove, Parlamento, Unione Europea. Questo attribuisce all'Agcom un ruolo e funzione di tipo esecutivo-attuativo nel quale la discrezionalità politica, ovvero la possibilità di incidere sui rapporti tra le forse sociali interessate è pressoché scarsa o nulla, essendo stata, quest'ultima, sussunta nell'indirizzo politico ricevuto. Non si comprenderebbe, quindi, la prima considerazione. Perchè mai l'Autorità sarebbe stata da sempre sottoposta a grandi pressioni politiche (ovvero di "parti politiche") laddove si è mostrato, con la seconda considerazione, che essa ha un solo ruolo di mera attuazione? e di conseguenza: perchè le "parti politiche" dovrebbero tentare di incidere sulle decisioni di un'Autorità che, come detto non dovrebbe far altro che attuare un indirizzo politico che la stesse "parti politiche" hanno già stabilito altrove? Viceversa se assumiamo significativa la prima considerazione circa le pressioni che le parti politiche hanno sempre attuato nei confronti dell'Autorità, ne discende che l'operato di quest'ultima non è affatto scevro da discrezionalità e che quindi le sue decisioni possono incidere sui rapporti tra le forse sociali in campo.

Nel corso degli ultimi 17 anni che ho trascorso alla dirigenza di una pubblica amministrazione locale (prima di decidere di ritornare alla sociologia -o, come preferisco dire, alla "filosofia sociale") ho potuto constatare come nessuna delle decisioni da me assunte in un ruolo, definito spiccatamente tecnico e meramente attuativo di indirizzo politico, sia stata, in realtà, una decisione politicamente neutra. Al contrario ogni decisione ha introdotto modifiche nei rapporti tra le forse sociali dell'ambiente di riferimento e questo sia quando operavo nella regolamentazione del mercato del lavoro, sia quando mi sono occupato di trasformazioni dell'organizzazione del lavoro per effetto dell'introduzione dell'ICT. E, soprattutto ho potuto constatare (con onestà intellettuale!) che ogni decisione è stata da me assunta in virtù della mia sensibilità politica nei confronti di una determinata idea di trasformazione della società e dei rapporti di forza in essere tra le sue componenti (faccio solo un esempio: l'introduzione di software open-source nell'organizzazione ...). 
Da considerare che le decisioni assunte da un ruolo "tecnico" avvengono sempre nell'ambito di un ventaglio di decisioni possibili ognuna delle quali determinerebbe un diverso cambiamento nel sistema sociale di riferimento, e ognuna delle quali avrebbe comunque rispettato la "cornice generale" dell'indirizzo politico ricevuto dall'organo politico sovraordinato. In questo senso infatti comprendo perfettamente la considerazione delle pressioni politiche che un ruolo "formalmente" tecnico e attuativo riceve e che sono l'indicatore o sintomo o conseguenza della natura anch'essa "politica" della sua azione. 
Quello che non comprendo, invece, è il sostenere non solo che tale ruolo sia anche "sostanzialmente" tecnico (quindi apolitico) ma anche che abbia margini di manovra limitati.
Non vorrei infatti che tale considerazione (quella dei margini di manovra limitati) fosse una sorta di alibi precostituito per annullare o quantomeno limitare la responsabilità individuale nelle scelte future addossandola alla "politica". Del resto dare colpa alla politica (alle "parti politiche") per quel che accade non è certo esercizio difficile in questo periodo e lo sarà ancora meno in futuro.

Mi verrebbe anche da sottoporre alle vostre riflessioni anche qualche altro ragionamento in ordine all'assunto che un informatico (o qualunque formazione o approccio scientifico) sia il bagaglio migliore per la copertura di ruoli come quello del quale stiamo parlando. Sia ben inteso che ritengo la conoscenza del dominio di riferimento, oggetto dell'ambito di intervento del ruolo, assolutamente necessaria. Quel che mi chiedo e vi chiedo è se sia bastevole una "esclusiva" conoscenza del dominio, in ordine proprio, a quella sensibilità e poliedricità intellettuale necessaria alla lettura complessiva della realtà di cui stiamo parlando. ...ma su questo tema, qualora di interesse, se ne potrà riflettere in seguito, essendo le considerazioni che ho espresso in precedenza già sufficienti, credo, ad una riflessione collettiva.

Gianluca Giannelli




2012/5/16 Alessandro Signetto <a.signetto@documentaristi.it>

W il gatto di Schrödinger !



Il 16-05-2012 15:56, "a.dicorinto@uniroma1.it" <a.dicorinto@uniroma1.it> ha scritto:


Quintarelli e l'obiettivo Agcom
"Io tecnico, non temo pressioni"
  
Oltre 11 mila firme chiedono che l'informatico veronese vada a presiedere l'Autorità garante delle comunicazioni, chiamata a regolare il copyright web e la frequenze tv. "Un indipendente vero", scrivono i promotori della campagna. Lui si racconta così di DANIELE VULPI
http://www.repubblica.it/tecnologia/2012/05/16/news/intervista_quintarelli-35188707/
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“The Net interprets censorship as damage and routes around it.”
– John Gilmore


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