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Durante la precedente edizione di e-privacy l'attenzione del pubblico si è particolarmente accesa quando si è discusso non semplicemente di cookie ma di altri metodi di profilazione indiretti ed infinitamente più potenti; a molti è sembrato sorprendente quante
informazioni si possano ricavare - anche senza usare cookie - mediante il semplice accesso ad una pagina di un sito.
In effetti, se su Facebook si mette "mi piace" alla foto di un tenero gattino, l'informazione tracciata non è solamente il fatto che piacciono i gattini, ma che in quel momento l'utente è sveglio, sta navigando, è in un certo luogo ed ha intorno determinati
altri smartphone, usa un certo browser, in una certa lingua, con certi font.
Non sono informazioni secondarie: sono stati segnalati casi di persone che si sono viste rifiutare un prestito dalla banca solo perché sul computer avevano font normalmente usati dai casinò on-line e venivano quindi ritenute a rischio.
La profilazione, finora, è sempre stata presentata soprattutto come un sistema per offrirci prodotti e servizi in linea con i nostri gusti e con le necessità del momento; con i nuovi sviluppi, questa sta diventando la parte meno significativa e meno inquietante
dell'utilizzo dei dati di navigazione, mentre, in parallelo, si stanno diffondendo tecnologie che analizzano i nostri comportamenti anche al di fuori dell’attività on-line.
La profilazione, come anche il caso di Cambridge Analytica ha dimostrato, è diventata ormai un metodo di controllo sociale attivo, diffuso ed individualizzato.
Il governo cinese sta sponsorizzando la creazione di un sistema che, attraverso app ed altri strumenti di controllo, calcola un social scoring, al fine di premiare i cittadini virtuosi con sconti, libero accesso a pubblici servizi, facilitazioni di viaggio
e simili, mentre i cittadini meno ligi non possono viaggiare sui treni ad alta velocità, sono penalizzati nell'acceso ai pubblici servizi, oppure li pagano in misura maggiore.
Tra qualche luce e molte ombre, queste tecnologie aprono la possibilità di un controllo sociale su larga scala, che permette ad uno Stato di definire cos'è un comportamento "corretto" per i suoi cittadini e di controllare costantemente che tutti si conformino
ad esso. Altre nazioni, ad esempio il Venezuela, stanno studiando la possibilità di implementare sistemi analoghi, ma in tutto il mondo già oggi sono largamente utilizzati algoritmi pubblici che analizzano i nostri dati per concedere mutui, assegnare appalti,
assumere impiegati ed in generale per prendere decisioni che impattano sensibilmente sulla vita dei singoli, e come conseguenza sulla società in generale. Oltretutto l'opacità di questi metodi è totale; chi si vede rifiutare un posto di lavoro o un prestito,
normalmente non è in grado di conoscere le ragioni alla base della decisione, i parametri che gli algoritmi usano per calcolarla, i valori "desiderabili" di questi parametri e la provenienza dei dati che sono stati utilizzati per la decisione.
Il convegno
Sin dal 2002 ad e-privacy si sono confrontate le tematiche di un mondo sempre più digitale ed interconnesso, nel quale le possibilità di comunicazione ed accesso alla conoscenza crescono continuamente, come pure crescono le possibilità di tecnocontrollo degli
individui sin nei più intimi dettagli. L’approccio è interdisciplinare; dagli specialisti in informatica ai legali che si occupano di nuove tecnologie, dagli psicologi agli educatori, dagli operatori privati a quanti operano nel settore pubblico ed istituzionale.
Le proposte d'intervento
Il comitato organizzatore valuterà proposte in ambito tecnologico, legale, istituzionale e giurisprudenziale, delle scienze sociali, della filosofia, dell'informatica e dell'attivismo digitale, della privacy, della non-discriminazione, della sorveglianza e
dei diritti civili digitali. Verranno prese in considerazione anche proposte su temi diversi da quello dell'edizione, purché di interesse e di attualità.
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Scade il 15 Marzo
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