"If, conversely, the courts determine that machines do not understand and create, but merely operate probabilistic permutations on preexisting content, that is when LLM service providers will have to pay royalties." Ma perchè?

nel contesto dell'utilizzo di materiali preesistenti, è irrilevante la determinazione che le macchine comprendano e creinio, sono gli sviluppatori e fornitori del servizio che hanno utilizzato i contenuti per usi trasformativi o meno - quindi legittimi o meno. La domanda relativa all'input a cui le corti devono rispondere è semplice: può uno sviluppatore utilizzare materiali protetti per sviluppare un software che genera 'infinite' potenzialità di contenuti creativi? La questione se la macchina comprenda o crei riguarda semmai la potenziale proteggibilità, in base alle norme esistenti, dell'output. La dottrina prevalente ha già sostenuto che tale output non è proteggibile.

Al contrario, la prospettiva deve essere ribaltata, sono i titolari dei diritti che cercano di estendere il proprio monopolio alla conoscenza (improteggibile) che può essere estratta dalle espressioni proteggibili di cui detengono i diritti. Questo è il "third enclosure movement", una ennesima rappresentazione del "copyright maximalism", che cerca di internalizzare valore dallo sviluppo tecnologico che utilizza in maniera nuova (e trasformativa?) opere protette. Questa tensione tra titolari dei diritti e innovazione caratterizza tutta la storia del diritto d'autore e si è verificata centinaia di volte dal "piano roll" all'AI. Se, nel gestire questa tensione, se si privilegiano gli interessi dei titolari dei diritti, si rallenterà lo sviluppo tecnologico, viceversa si ridurrà l'incentivo alla creatività.

Giancarlo

On Thu, Sep 12, 2024 at 8:15 AM Stefano Quintarelli via nexa <nexa@server-nexa.polito.it> wrote:
<https://blog.quintarelli.it/2023/08/intelligenza-artificiale-e-copyright-sbrogliare-il-dibattito-sulloriginalita-la-proprieta-e-il-diritto-dautore/>

grande è la confusione
il momento è propizio per la più grande appropriazione della storia da John Locke in poi

<https://blog.quintarelli.it/2024/06/llms-and-content-appropriation-echos-from-the-past/>

imho

Il 11 settembre 2024 22:50:58 UTC, alessandro marzocchi <alemarzoc@gmail.com> ha scritto:
>Sun, 08 Sep 2024 23:25:19 +0000 Giacomo Tesio <giacomo@tesio.it Subject:
>Re: [nexa] AI Training is Copyright Infringement
>
>> Direi piuttosto che fiumi di inchiostro sono stati versati per
>> giustificare la ridefinizione di termini come "imparare" e "apprendere"
>> affinché possano essere applicati alle macchine.
>>
>
>*****
>E' autorevole, diffusa e prevalente la convinzione che noi uomini non siamo
>confrontabili con queste macchine.
>Eppure non mi convince, mi pare che il nostro modo di imparare è anch'esso
>statistico, da pappagallo: ad esempio impariamo a dire mamma -
>probabilmente è la nostra prima parola - perchè alla stessa associamo una
>persona specifica ed arriviamo a questa associazione persona-parola dopo
>una serie più o meno lunga di esperienze.
>Dunque, secondo la mia convinzione personale, quando critichiamo la
>macchina per il fondamento statistico basiamo la nostra critica su una
>modalità che è anche umana.
>Un'altra riflessione, sulla quantità di tempo e di esperienze prima di
>arrivare alle capacità attuali di noi umani: credo nessuno abbia una
>risposta, ma certamente abbiamo impiegato moltissimi anni, molte e molte
>generazioni.
>*David Chalmers* non afferma la coscienza delle macchine ma neppure la nega
>per principio, in sintesi ritiene che esse hanno una qualche coscienza e
>che progrediscono (Could a Large Language Model Be Conscious?
>https://www.bostonreview.net/articles/could-a-large-language-model-be-conscious/
>).
>Sulla parola, *Ludwig Wittgenstein* aveva scritto opinioni interessanti
>riferendole anche ad Agostino: The individual words in language name
>objects—sentences are combinations of such names.——In this picture of
>language we find the roots of the following idea: Every word has a meaning.
>This meaning is correlated with the word. It is the object for which the
>word stands. (Philosophical Investigations, I,1, Basil Blackwell Ltd,
>1986).
>Insomma, quel che conta è la realtà, non il modo con cui la si rappresenta.
>Vedo anch'io tante differenze fra noi e le macchine, sono meno ottimista
>sulla invincibilità della nostra fortezza e sull'ipotesi che la realtà non
>esisterebbe senza noi, siamo una parte della realtà, non la realtà (in
>tutta umiltà: Protagora ci ha fregato).
>Cordialmente.
>Duccio (Alessandro Marzocchi)