On 09/10/2019, Alberto Cammozzo <ac+nexa@zeromx.net> wrote:
Ciao karlessi, grazie davvero per l'ampia e molto stimolante risposta. Credo di essere d'accordo su tutto, anche se mi mancano alcuni dei riferimenti che hai offerto (ulteriore ringraziamento).
Per me è stato un vero e proprio attacco DoS. Non segnalerò la cosa ai BOFH di Nexa, ma vi chiedo di avere pazienza: mi ci vorrà molto, MOLTO tempo per approfondire tutti i riferimenti e gli spunti di riflessione emersi in questo thread. Rebooting... :-D
Come te penso che nella pila delle integrazioni sociotecniche manchi la descrizione di tutto il layer che raccorda il tecnologico con il suo impatto socio-politico, dove dovrebbe trovare posto (se esistesse) una "informatica conviviale" a opporsi a quella industriale.
Credo manchi la consapevolezza della natura della disciplina. L'informatica attiene ai computer quanto l'astronomia attiene ai telescopi. Una larga fetta dell'industria si interessa solo alla tekné, non solo a livello "produttivo" (come realizzare un determinato software o un determinato hardware) ma anche a livello "effettivo" (come un artefatto/prodotto agisce e si integra nella vita dell'utente/cliente/clienti/società). Per lo più inesplorata (che io sappia) è la "riflessione" informatica: come la consapevolezza informatica modifica e si riflette sulla mente del programmatore. Contare non è solo tekné: modifica profondamente il modo in cui il bambino pensa. Significa passare da una analisi completamente qualitativa ed emozionale difficile da comunicare in modo preciso ad una percezione quantitativa, misurabile e condivisibile in modo preciso. Contare trasforma la mente del bambino, la sua percezione della realtà e degli altri. E gli permette di comunicare in una società più vasta, che non lo conosce, non è capace ad interpretarne i sentimenti come un familiare (su come, quanto e perché sia interessata a farlo, si apre un OT enorme... un'altra volta) ma che ne comprende le misure ed il linguaggio. Non è un caso che il denaro vada contato. E che un bimbo non possa pagare o prendere il resto fintanto che non sa contare. Programmare è analogo. Indipendentemente dall'artefatto che si intende realizzare (ma non dagli strumenti che usiamo per realizzarlo), programmare modifica il nostro modo di pensare. E dunque il contenuto del nostro pensiero. Come? Se la capacità di contare ci permette di realizzare una società basata sul denaro (misura scalare del debito che la società ha nei confronti di un individuo, da tempo diventata obiettivo e dunque pessima misura), che tipo di società abilita la capacità di programmare (e debuggare)?
Questa dovrebbe fissare i criteri di concezione secondo i quali -seguendo Illic- costruire strumenti con il quale lavorare e non attrezzature che lavorino al posto dell'uomo.
Questo approccio strumentale all'informatica è certamente importante. Ma credo che ciò che sia mancato (e manchi) nella nostra disciplina è una dimensione "culturale" o (se mi permettete una parolaccia) "intellettuale". Una dimensione "umanista"? Sì e no. "Sì" perché l'informatica rappresenta una evoluzione della Matematica (la quale a sua volta è una evoluzione della Filosofia) e come la matematica studia la struttura dei costrutti della mente umana che possono essere comunicati con precisione, è certamente una materia Umanista. Ma anche "No" perché l'informatica è RIGOROSA, come la Logica, non come la Storia.
Tuttavia vedo almeno due problemi specifici con le tecnologie informatiche. Il primo è tecnico: sono enormemente versatili, plastiche e con effetti di scala largamente imprevedibili. Uno strumento concepito correttamente per uno scopo può servirne molti altri non anticipabili, essere adattato facilmente (a costi marginali bassissimi, almeno per il software) e avere effetti potenzialmente planetari.
Vero, ma parziale. Data la sua flessibilità il comando `cat` può certamente essere usato in uno script di lancio per una bomba atomica. Possiamo considerare il programmatore che lo ha realizzato responsabile per i morti che questa causerà quando il suo comando viene invocato? Direi di no. Possiamo dire lo stesso di Chrome? O di Android? O di Facebook? Un chiodo può essere usato per uccidere, ma non è fatto per uccidere. Una pistola invece sì. Per contro, se crei un caricatore open source, non puoi lamentarti se poi viene usato per costruire una pistola! Pensa ad esempio a Firefox. O a Tensor Flow.
Il secondo è culturale: la nostra società sposa il punto di vista industriale ed è innamorata dei calcolatori/robot proprio perché ci illudiamo che "lavorino al nostro posto". Quando lo fanno davvero ci accorgiamo di non avere più un lavoro, quando non lo fanno a guardare bene spesso stiamo lavorando per loro.
Negli anni '80 abbiamo salutato il PC ad architettura aperta come strumento di liberazione dai mainframe-moloch, al punto che IBM stessa ci è quasi rimasta sotto, salvo riprendersi, riguadagnare il posto e rivenderci il mainframe-2.0 sotto forma di cloud. E ancora stentiamo a liberarci dai sistemi (poco) operativi proprietari di quegli anni.
Negli anni '90 abbiamo creduto che F/LOSS e il "self-regulating" Internet avrebbero costruito il sistema nervoso del pianeta collegando persone in libertà; ed ora sono proprio queste tecnologie al centro della nuova dominazione
Esattamente come la scrittura 5000 anni fa. ;-) Il focus sull'oggi, l'assenza di una prospettiva storica, ci impedisce di vedere quanto PRIMITIVI siano gli strumenti che consideriamo avanguardia. Ma cosa volete che siano 80 anni di informatica (va bene partire dalla macchina di Turing?) rispetto alla storia di una disciplina umana? Forse fra 3 o 4 cento anni saremo usciti dalla preistoria...
(e guarda caso sempre IBM è stata il primo strano compagno di letto per le communities F/LOSS).
(Ok per l'open source, ma con il software libero non mi sembra sia mai corso buon sangue... a cosa fai riferimento?)
Motivo per cui saluto ogni nuovo esperimento, tra cui quelli di Zurigo o Barcellona, con sempre minor entusiasmo: non perché non ne riconosca il valore indiscutibile e la portata, ma perché ne temo l'appropriazione e la sovversione (perversione, diceva Illic) in chiave oppressiva. Come informatici, sappiamo quanto è bello costruire strumenti nuovi,ma abbiamo la tecnologia necessaria per costruire strumenti che pur essendo utili *impediscano* l'asservimento di chi li usa? Se non l'abbiamo, rischiamo molto concretamente che qualsiasi nostra realizzazione venga usata a tale scopo, perché sovvertirla costerà poco denaro e forse ne renderà molto.
Comprendo benissimo. Mi faccio spesso gli stessi scrupoli. Ma la conoscenza è potere solo dove l'ignoranza è una debolezza diffusa. Insegnare a pensare la tecnologia come uno strumento di espressione e dunque di riflessione condivisa, e dunque considerarla un bene comune dell'umanità da proteggere può ridurre questo rischio. Non risolve i problemi del capitalismo, naturalmente. Ma almeno riduce il rischio di cui parli.
Si può rispondere che questa dialettica tecno-politica è inevitabile ovunque vi sia in ballo del potere, e che -come credo direbbe Foucault- occorre sapere con che potere stare e schierarsi nella inevitabile lotta tra poteri. Tuttavia a livello personale faccio sempre più fatica a trovare questo posto al riparo dalla potenziale weaponization di quello che faccio come tecnologo; quanto ai poteri, vedo accrescerne l'asimmetria.
Io però vedo anche, ultimamente, una nuova presa di coscienza fra noi scribi. Iniziamo a mettere in discussione la "neutralità" politica (ed economica) del software. Iniziamo ad impegnarci sulla educazione oltre che sulla creazione. Possiamo agire attivamente per ridurre questa asimmetria. Attraverso l'educazione (storica E informatica) e la creazione, possiamo trasformare uno strumento di potere, in uno di libertà. E' impossibile solo se accettiamo che lo sia.
Comunque ben venga una cultura hacker che vuole i calcolatori come strumento di lavoro e non come attrezzo che lavori al nostro posto (o quello di qualcun altro)...
Quanto ai "corsi di BDSM per sistemisti e sviluppatori": mi piace molto l'idea; anche se credo che molti colleghi se la cavino benissimo anche senza. :-)
Credo di non essere il solo in lista ad apprezzare se vorrai dare comunicazione di vostri eventi o occasioni pubbliche: magari ci si vede di persona (convivialmente :-)
Mi unisco all'invito. A presto! E grazie ad entrambi! ;-) Giacomo