Credo che la questione
“privacy” sarà una delle sfide della società futura.
Il fatto che una tredicenne non abbia la
percezione della potenziale lesività del conferimento incondizionato dei suoi
dati personali è sintomatico dell’assenza di un’educazione attenta
e sensibile sul punto.
La protezione dei dati personali (e non la
“privacy”!) è un diritto nuovo e come tale deve ancora entrare
nella cultura della nostra società.
Che sia nuovo lo dimostra il fatto che le
Costituzioni più recenti (Brasile, Paraguay, Argentina), così come la Carta di
Nizza, lo hanno inserito come una delle sfaccettature in cui si concreta la
libertà personale.
Gli Stati europei - come noto - ne
affidano invece la tutela alla legislazione ordinaria con conseguente difficile
ancoraggio a livello costituzionale. In questi Paesi, sebbene al diritto alla
protezione dei dati venga ormai riconosciuta una garanzia come diritto
inviolabile dell’uomo (in Italia, art.2 Cost.), la tutela passa sempre e
comunque attraverso tecniche di bilanciamento con contrapposti diritti, spesso
cedendone il passo proprio per la mancanza o l’insufficienza di tutela
espressa nelle carte fondamentali.
Va peraltro riconosciuto che
l’introduzione, in Europa, del concetto di legittimità del trattamento (da
parte di chi acquisisce i dati) solo a fronte dell’espresso consenso
informato della persona che i dati conferisce (c.d. opt-in) è, a mio avviso,
valido strumento per garantire una soglia piuttosto elevata di tutela.
Del resto che l’uomo, oggi, non possa
più essere “lasciato solo” è affermazione quasi retorica.
Invero, nella c.d. società della
conoscenza in cui l’informazione è il fulcro di qualsiasi attività
sociale e commerciale, ogni dato personale ha un valore economico intrinseco
molto alto e la raccolta di informazioni personali, anche se frammentata in
svariate banche dati, è fondamentale per il funzionamento e lo sviluppo
dell’intero sistema economico (occidentale).
Il corpo digitale (inteso come
l’insieme di informazioni che ci riguardano che veicolano nel web) dei
nostri giorni è merce esattamente come lo era il corpo fisico (degli
uomini non liberi e delle donne) nell’antica Roma!
Tuttavia, a mio parere, l’attenzione
va concentrata piuttosto sui dati conferiti involontariamente (si pensi, ad esempio,
alle immagini carpite dalle videocamere di sorveglianza sulle pubbliche vie o
alle impronte che lasciamo ogni dove) con conseguente perdita di controllo
degli stessi.
Questi sono i dati potenzialmente
pericolosi, specie se raccolti ed utilizzati a fini pubblici.
Sotto l’egida della sicurezza
pubblica e della lotta contro il terrorismo internazionale stiamo infatti
assistendo alla crescita di una società della sorveglianza, in cui ogni
movimento e comportamento dell’uomo tende ad essere sottoposto a
controllo.
Il corpo digitale, in questo caso,
interessa perché è fonte di potere.
La nuova società della sorveglianza ha
aperto nuovi scenari e, sfruttando tecniche sempre più sofisticate di
rilevamento dei dati, in special modo la biometria, propone conflitti e
minaccia quei diritti e quelle libertà che, inopinatamente, diamo per scontati:
basti pensare come a libertà di circolazione sia messa a
rischio dalla videosorveglianza diffusa e dai sistemi RFID; la libertà
personale sia minacciata da sistemi di perquisizione virtuale come i body
scanner e dai sistemi biometrici di identificazione e la libertà di pensiero
dai c.d. sistemi di deanonimizzazione.
I moderni Stati di diritto si fondano sul
principio secondo cui nulla di ciò che è privato deve entrare nella sfera di
disponibilità del potere pubblico, se non in casi eccezionali ed espressamente
previsti dalla legge (riserva di legge).
Oggi tale principio è prepotentemente a
rischio e se muta il rapporto tra Stato e cittadino, attraverso la violabilità
da parte del primo del corpo (digitale?) del secondo, si sgretola anche il
sacrosanto diritto alla libertà personale.
Questa, a mio avviso, la vera sfida della
“privacy” negli anni a venire.
Questo il motivo per cui l’argomento
non va sottovalutato.
Mi scuso anche io per la prolissità, ma,
come per Andrea, è una materia che mi sta a cuore!
Un caro saluto a tutti.
Monica
Da:
nexa-bounces@server-nexa.polito.it [mailto:nexa-bounces@server-nexa.polito.it] Per conto di Enrico Bertacchini
Inviato: giovedì 2 settembre 2010
13.44
A: undisclosed-recipients:
Oggetto: Re: [nexa] Alla faccia
della privacy...
...per un economista la funzionalità "like", potrebbe servire
ad esaminare le preferenze rilevate, senza dover passare per una transazione
monetaria...
A prima vista, questa funzionalità potrebbe essere utile per misurare
le preferenze per molti beni che non rientrano nel mercato. E' chiaro che
bisogna anche tenere in considerazione i bassi costi di espressione delle
preferenze (basso costo di espressione = alta probabilità di scelta
superficiale) mediante questa funzionalità e i limiti della scelta dicotomica
che possono estremizzare il giudizio.
Chissà se c'è già qualche economista nel campo delle scelte collettive
che sta studiando il fenomeno...
Cercherò di indagare!
A presto
Enrico
Il giorno 02/set/2010, alle ore 13.03, J.C. DE MARTIN ha scritto:
Hmmm, il fatto che per una ragazzina tredicenne la sua privacy non sia
una "issue" non vuol dire che invece lo sia, che
lei ne sia consapevole o meno.
Secondo me si andra' (io lo auspico) verso una progressiva, sempre piu' diffusa
consepevolezza che online costruiamo deliberatamente una "persona",
nel senso latino, ovvero, una maschera.
La questione "privacy" si potrebbe in questo senso metaforicamente
vedere come la discussione su quanto potere abbiamo nella costruzione
di questa maschera, ovvero, quanto altri abbiano il potere di
smascherarci.
Ciao,
juan carlos
Giampaolo Mancini wrote (on 02/09/10 12:51):
Mah,
secondo me si, ha proprio ragione lui.
Provate a parlare di privacy con una ragazzina di 13 anni e con le sue
amiche: per loro, semplicemente, non è una issue.
Solo noi siamo i dinosauri. Perché non siamo i nativi digitali.
Come sempre e come mille altre cose su Internet e sul Web, anche la
privacy – se ha senso che debba ancora esistere, perché _anche questo_ *è
tutto da dimostrare* – va misurata con metri diversi che, forse, non
ancora conosciamo.
See you,
Giampaolo
2010/9/2 <a.dicorinto@uniroma1.it>
Facebook
"entra" nel "mondo reale"...
Sarebbe da studiarci la legislazione israeliana sulla privacy...
Ma non è che ha ragione Zuckerberg?
http://www.fullpress.it/News/Facebook-il-Mi-piace-arriva-nel-Mondo-Reale-esperimento-in-Israele/7-39150-1.html
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Enrico
Bertacchini - Researcher
EBLA
- International Center for Research on the Economics of Culture, Institutions
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