On Fri, 30 Mar 2012 06:23:57 +0200, "MANTELERO ALESSANDRO" <alessandro.mantelero@polito.it> wrote:
Mi era sfuggita questa mail e leggendola ho ripensato al sistema italiano della ricerca e della sua valutazione: 1. come ricercatore/professore sei pagato con soldi pubblici per fare ricerca; 2. le pubblicazioni sono il risultato della tua ricerca; 3. per dimostrare che se sei davvero bravo devi pubblicare su (alcune) riviste o per (alcune) case editrici (i.e. cedere in toto o in parte esclusive sul prodotto della ricerca a privati); 4. per verificare che davvero tu sia bravo e produttivo, poi, il ministero crea una complessa macchina di valutazione di quello che hai pubblicato.
A me pare un sistema non molto logico e che di fatto fa sì che necessariamente la maggior parte di coloro che intendono far carriera accademica necessariamente deve concorrere al meccanismo di privatizzazione dei risultati della ricerca pubblica. Quello che mi chiedo è perché le università non creano le proprie riviste. Sarebbe anche un modo per dimostrare la qualità dei propri docenti, perché poi le radiazioni delle riviste di docenti universitari sono composte.
Rispondo un po' in ritardo perché sto seguendo la lista in formato digest. Scusatemi. Stiamo cercando di farlo. Ecco le linee guida della Crui: http://www.crui.it/HomePage.aspx?ref=1789 A Torino avete già Sirio, qui: http://www.ojs.unito.it/ Manca, però, con l'eccezione dei fisici delle alte energie e degli scienziati italiani utenti dell'ArXiv, una massa critica paragonabile a quella che ha decretato il successo di Plos. In Italia, passare all'accesso aperto significa ancora mettersi in gioco. E i criteri dell'Anvur stanno rendendo l'innovazione sempre più rischiosa (si veda per esempio il caso della classificazione Anvur delle riviste di filosofia, qui: http://minimacademica.wordpress.com/2012/03/03/un-futuro-del-secolo-scorso-l...). Tutto questo in un momento in cui, nel mondo anglosassone, la "primavera accademica" (http://www.economist.com/node/21545974) e l'uscita di libri come questo (http://bfp.sp.unipi.it/btfp/?p=1033) - recensito in pompa magna sul NYT), stanno rendendo mainstream posizioni prima marginali. Come uscirne? Lessig, in una conferenza tenuta al Cern nel 2011, propose la soluzione (qui http://bfp.sp.unipi.it/btfp/?p=77 c'è il resoconto con i link a video e trascrizione) di considerare "pubblicazione" ai fini accademici solo quello che ha una versione resa pubblica in rete. Ma da noi ci vorrebbe una volontà politica consapevole, che è ancora assente, o un moto di opinione pubblica simile a quello che ha portato alla vittoria al referendum sull'acqua. Quindi: in Italia c'è una minoranza sta promuovendo, a suoi rischio, processi di tipo bottom-up. So presenti anche processi up-bottom, ma a macchia di leopardo, perché guidati da iniziative di singoli docenti e istituzioni. Buona parte dei nuovi statuti delle università contengono norme favorevoli all'accesso aperto - ma una cosa è scrivere una regola, e un'altra metterla in atto. A presto, -- Maria Chiara Pievatolo Dipartimento di Scienze politiche e sociali Università di Pisa Via Serafini 3 56126 Pisa (Italy) http://www.sp.unipi.it/index.php?page=/hp/pievatolo http://bfp.sp.unipi.it/btfp https://twitter.com/btfp1