All’MIT AI Lab ai tempi di RMS io c’ero e posso confermare qual era la mentalità e lo spirito che circolava. Il sistema operativo del PDP-10 se lo erano fatti in casa e si chiamava ITS (Incompatible Time Sharing) e la sicurezza era data da “security by obscurity”, come diceva Richard Greenblatt, ossia dovevi essere in grado di capire il codice per capire come aggirarlo. Ma se eri in grado di farlo, diventavi automaticamente parte della comunità, e pertanto si presumeva che aderissi ai suoi principi. E i principi comprendevano operare nell’interesse comune ed essere orgoglioso e gratificato dagli altri per i propri “hack”, dove hack stava per “ganzata”, soluzione o meccanismo furbo e originale. Per esempio RMS era divertito di stupirmi dicendo che col tasto Esc-E si chiamava l’ascensore al piano e sorrideva quando reagivo come se mi stesse prendendo in giro. Oppure Danny Hillis che mi chiama in sala macchine (BTW, completamente aperta) per farmi vedere un bastone con delle lucette in cima che scuotedo formava la scritta Hello nell’aria. I video terminali del PDP-10 avevano una grafica gestita centralmente, per cui potevi switchare su uno qualunque degli schermi e vedere quello che gli altri facevano istante per istante, oltre ad avere accesso ai file di tutti perché non c’era protezione. Capitava ad esempio che qualcuno entrasse sul tuo schermo e ti desse consigli su quello che stavi facendo. Sapendo che qualcuno poteva stare a guardarti, era ovvio evitare di compiere azioni sbagliate. Quindi confermo che la motivazione originale di RMS era quella di poter continuare a divertirsi e inventare senza limiti, tra di un gruppo di persone speciali con interessi simili. Il gruppo era molto ristretto e altamente elitario: dovevi dimostrare la tua capacità tecnica per esservi ammesso. Inoltre ciascuno lavorava in isolamento ai propri progetti, non era un lavoro di gruppo, a parte gli scambi di vedute che si svolgevano spesso alle 2 di notte in un ristorante di China Town a Boston. Questo vale anche oggi, dove oltre 93% dei progetti su GitHub è gestito da una singola persona, mentre quelli più articolati spesso hanno alle spalle aziende o organizzazioni. https://increment.com/open-source/the-rise-of-few-maintainer-projects/ Non credo che RMS intendesse estendere il modello a una comunità larghissima su scala mondiale. Quando lanciò la sua mail di richiesta di aiuto per sviluppare un sistema operativo “free”, penso che si volesse rivolgere a qualche centinaio di persone in altre università, e comunque a gente in grado di sviluppare software. Si trattava di una mossa disperata, una message in the bottle, dopo diversi mesi in cui si era consumato lavorando quasi senza dormire, per replicare il software che avevano portato in Symbolics gli altri membri della gang, con la complicità del direttore Pat Winston, che vi aveva ceduto i diritti. Il passaggio da Free Source a Open Source ha comportato quindi un passaggio da una piccola comunità di sviluppatori altamente specializzati ad una ampia platea di “free rider”, che al massimo contribuiscono segnalando bug. Sul fatto che un suo limite fosse di essere Americano, direi che si guardava sempre attentamente dal rischio di essere inquadrato in qualche posizione politica e in particolare di avere posizioni anticapitaliste o socialiste: eravamo nel mezzo della guerra fredda, poco dopo la fine della guerra del Vietnam. Ma non credo affatto che egli abbia ”involontariamente infuso la propaganda politica USA di quegli anni di guerra fredda”. Ci teneva però a precisare “free as in freedom, not as a free beer”, per chiarire di non essere contro il profitto né contro il mercato. Mi piace l’interpretazione di Tesio che lo spirito originale in Stallman era motivato dalla voglia di curiosità oltre che da un anelito di libertà. — Beppe
On 26 Mar 2022, at 10:03, nexa-request@server-nexa.polito.it wrote:
On Fri, 25 Mar 2022 14:30:03 +0100 Andrea Trentini wrote:
Il software libero, sin dalla sua definizione, soffre dei limiti culturali del contesto in cui è nato.
questi limiti mi sfuggono...
Ahimé, non solo a te!
Il limite più grave è stato l'inconsapevole confusione di RMS nell'identificare il valore alla base del movimento del software libero, che ne ha determinato il nome.
Una bella intervista che ripropone quel processo è quella di Rob Lucas, del 2018 [1] ``` I was inspired by the attitude at the mitai Lab, where the hackers said: ‘We’re not going to let the administrators tell us how to do things; we’re going to work on what they need, but we will decide how; and we won’t let them implement computer security to restrict us with.’ This was a conscious decision of the hackers who had written the time-sharing system, which they’d started a couple of years before I got there. Their attitude was, yes, the administrators could fire us, but we were not going to suck up to them. [...] We were there because we were free to improve the system and do useful things, the way we wanted to, and not be treated like people who had to obey all the time. [...]
Minsky, I was told, didn’t like having doors locked, because he had a tendency to lose his keys. So the doors to the Lab and all the offices inside it were always open. There were no passwords for the time-sharing system. There was no file protection—literally: anybody could sit down at any console and do anything. [...]
The point is that when people share a computer, either they do so as a community, where they trust each other and resolve disputes, or it’s run like a police state, where there are a few who are the masters, who exercise total power over everyone else. [...]
we developed a culture of welcoming everyone to come and work on everything, and share. So, we resisted security measures. Anyone could look at anyone else’s terminal through the system.
But the kids, teenagers coming in over the internet—Arpanet, as it was then—they would watch, and they would learn things. ```
RMS descrive una comunità che condivideva l'accesso al PDP-10, in equilibrio dinamico su 3 valori:
- libertà - comunione - curiosità
RMS poi continua:
``` # So they could watch people programming?
Yes, they could. Our way of dealing with kids coming in over Arpanet was to socialize them. We all participated in that. For example, there was a command you could type to tell the system to shut down in five minutes. The kids sometimes did that, and when they did we just cancelled the shutdown. They were amazed. They would read about this command and think, surely it’s not going to work, and would type it—and get an immediate notification: ‘The system is shutting down in five minutes because of . . . ’
# It sounds like chaos.
Except it wasn’t, you see. There was always a real user, who would just cancel the shutdown and say to that person, ‘Why did you try to shut the machine down? You know we’re here using it. You only do that if there’s a good reason.’ And the thing is, a lot of those people felt outcast by society—they were geeks; their families and their fellow students didn’t understand them; they had nobody. And we welcomed them into the community and invited them to learn and start to do some useful work.
It was amazing for them not to be treated as trash. ```
Nella sua formulazione del software libero, sin dalla scelta del nome valore fondamentale, RMS ha involontariamente infuso la propaganda politica USA di quegli anni di guerra fredda.
E così comunità e curiosità sono sparite ed è rimasta solo la libertà, un valore importantissimo, ma purtroppo da un lato totalizzante dall'altro ambiguo, perché può essere limitato ad una prospettiva completamente individualista, mentre il software libero non può esistere senza una comunità.
Ma il vero valore fondante dell'etica hacker è la curiosità, il desiderio di sperimentare, creare, acquisire nuove conoscenze.
E' sempre la curiosità che spinge un hacker a creare qualcosa di nuovo.
Inoltre la curiosità NON è un valore totalizzante, non si può giustificare una guerra con la curiosità, mentre innumerevoli carneficine sono state combattute sia in nome della libertà che in nome della comunione. E ce li ritroviamo a scontrarsi in vari modi ancora oggi, nelle loro banalizzazioni novecentesche: liberismo vs comunismo.
Il primo fondamentale errore di RMS è stato fondare il software libero sulla libertà invece che sulla curiosità, sul desiderio di conoscere e creare cose nuove, da cui derivano sia il bisogno di libertà che quello di comunità/comunione.
A sua discolpa c'è che era Americano, nato, cresciuto ed educato a pane e propaganda da guerra fredda.
Questo peccato originale però ha reso il software libero vulnerabile e ne hanno approfittato rapidamente le aziende, con l'invenzione dell'open source e la diffusione delle licenze permissive.
Negli anni innumerevoli tecniche sono state inventate per privatizzare il software libero, per sottrarre di fatto agli utenti le libertà che il software libero intendeva garantire loro.
Le licenze permissive, in primis, che rendono banale l'embrace, extend, extinguish (vedi WhatsApp con XMMP, come esempio).
Il SaaSS, che la AGPLv3 ha rinunciato a gestire [2].
E ultimo ma non meno importante, la violazione automatizzata delle licenze copyleft da parte di GitHub CopyALot^W Copilot (e future incarnazioni).
E poi Tivoitization, DRM, patenti, incremento artificiale della complessità del software...
Sulla privacy, che pure è precondizione della libertà degli utenti, il software libero non ha ricette.
Ed infondo, le 4 libertà si stanno riducendo a privilegi DA ANNI!
Quanti di noi sanno leggere il software libero che utilizzano? Quanti hanno il tempo di farlo?
Il software libero perde terreno da anni.
Perché?
Vi sono molte ragioni naturalmente, ma tutte sono riconducibili a quel singolo peccato originale.
La libertà senza comunione caratterizza l'individuo senza comunità.
Ma gli individui, soli, soccombono ad un'industria forte, ben organizzata e soprattutto politicamente consapevole.
Gli hacker vengono usati e poi marginalizzati. E quando alzano la testa dal pc, tutti a strapparsi le vesti.
Questi sono i gravi limiti del software libero.
Dobbiamo andare oltre, superarli. Eventualmente cambiare definizioni.
O del software libero non resterà che una "F" in "OSS"
Giacomo