Più che problemi di scala, credo che l'industria sia seriamente preoccupata dalla crescente coscienza politica dei programmatori. Una coscienza politica che può modificare i rapporti di potere, visto che gli informatici hanno pieno controllo dei mezzi di produzione fondamentali per la propria epoca, saldamente ancorati sul collo. Oggi è importante convincerli di essere sostituibili (da cui quel pezzo di propaganda), ma il sogno di chi controlla gli altri strumenti di produzione è poterli possedere completamente. E visto che la riduzione in schiavitù dei programmatori al momento è fuori discussione, tutto ciò che possono fare è investire i propri capitali per costruire programmatori di cui si possano legalmente appropriare. D'altro canto, per quanto fantasiose siano queste velleità, ignoranza e propaganda le fanno apparire realistiche. Mentre quando qualcuno fa notare che esistono scenari alternativi ben più realizzabili, viene definito "idealista". D'altro canto, se il sogno dei capitalisti della sorveglianza è che nessuno sappia più programmare, l'idea che lo sappiano fare tutti è un vero incubo! Pensa che succederebbe ai loro business model o al loro potere! Per questo progettare un mondo in cui tutti sanno programmare deve apparire una perdita di tempo, mentre progettare un mondo le cui regole fondamentali sono opace e "realizzate da algoritmi" deve apparire come investimento nel progresso. Giacomo On December 25, 2022 9:27:20 PM UTC, Alberto Cammozzo via nexa <nexa@server-nexa.polito.it> wrote:
Non credo che questo accadrà, ma credo che sia uno dei desideri dell'industria ICT quello di rimpiazzare il processo di programmazione, che presenta diversi problemi di scala, con qualcosa di più gestibile industrialmente.
<https://cacm.acm.org/magazines/2023/1/267976-the-end-of-programming/fulltext>