Caro Alessandro,
grazie per la domanda che poni. Anche io mi sono spesso crucciato su quello che definisci il 'rischio che l'animale umano diventi semplice strumento'.
Ho trovato riflessioni utili nel noto saggio "La convivialità" di Ivan Illich del 1973. Pur affrontando i grandi sistemi socio-tecnici industriali del secolo scorso senza toccare direttamente l'informatizzazione, resta quanto mai attuale.
Uno dei punti più interessanti della sua analisi è l'osservazione
che "quando l'attività umana esplicata mediante strumenti supera
una certa soglia definita dalla sua scala specifica, dapprima si
rivolge contro il proprio scopo, poi minaccia di distruggere il
corpo sociale".
Per cui ogni strumento tecnico ha una specifica soglia di impiego
superata la quale non solo smette di produrre benefici collettivi
(diventa inefficiente), ma tende a danneggiare la società
(diventa iniquo).
Entro la soglia, lo strumento è padroneggiabile, mantiene un
valore etico e resta trasparente: garantisce la capacità di
ciascuno di modellare il proprio avvenire e ciascuno può usarlo
senza ledere l'altrui libertà di fare altrettanto.
Oltre la soglia, lo strumento diventa dominante, oscuro e prevale
il valore tecnico su quello etico: fa parte di una 'megamacchina
per produrre il futuro', crea disparità di energia e potere (oggi
aggiungeremmo di informazione); l'uomo è costretto ad agire
secondo il ritmo dello strumento 'ragionato da altri e spesso
sfuggito dalle mani di tutti'.
Per Illich occorre ricercare un equilibrio che garantisca sia
sopravvivenza che equità, che conservi ambiente, autonomia umana,
tradizione, diritto, linguaggio. Cercare l'equilibrio non
significa ridurre la complessità degli strumenti e quindi tornare
a strumenti primitivi, ma tarare la scala del loro impiego e dello
sfruttamento ad essi connesso.
Infatti lo strumento complesso non necessariamente supera la
soglia di dominanza: Illich fa l'esempio del telefono e delle
poste, che pur complessi restano entro la scala. Altri (ad esempio
la medicina e il sistema dei trasporti automobilistici) la
superano.
Conclude che lo 'strumento conviviale', cioè quello che genera
efficienza senza degradare l'uomo e l'ambiente, non produce
schiavi o padroni: "l'uomo ha bisogno di uno strumento con cui
lavorare, non di un'attrezzatura che lavori al posto suo".
Tradurre la lezione di Illich in un contesto storico, industriale,
culturale odierno è una sfida complessa.
Credo che Illich eviterebbe di condannare tale o tal altra
tecnologia per se, ma cercherebbe di metterla in relazione
con la scala del suo impiego e richiederebbe di delimitarne
l'impiego.
Resta aperto il problema se gli strumenti informatici possano mai
essere 'conviviali'. Come ha sottolineato Attardi nel messaggio
che citi, la tecnologia informatica ha una intrinseca capacità di
imporsi e di beneficiare di economie di scala. Inoltre ha una
formidabile versatilità e quindi gode delle economie di gamma che
rendono impossibile confinarne l'impiego in uno specifico ambito.
Per cui sono pessimista [1].
Ammesso e non concesso che siano possibile strumenti di una
informatica conviviale, sono certo che sia indispensabile la loro
trasparenza, sia tecnica (tecnologie libere, dati accessibili),
che cognitiva (competenza informatica diffusa), che del modello di
business (ad esempio regolare la separazione tra utente-materia
prima e cliente-inserzionista pagante tipico del
surveillance capitalism). Ma tutto questo significa mettere in
discussione il modello industriale e neo-liberista egemone.
Forse la domanda va riformulata come: 'nella società industriale attuale è possibile che l'animale umano non diventi semplice strumento?'
Un caro saluto
Alberto
[1]: sulla questione della convivialità dell'informatica in lista
Nexa abbiamo parlato il 08/10/19 nel thread 'Re: [nexa] IMA -
Internet, Mon Amour'.
Per Karlessi <<senz'altro "informatica conviviale" è un
ossimoro>>. Non riesco a dargli torto.
Nel frattempo è stato pubblicato un volume "Tecnologie
Conviviali" di Carlo Milani per Eleuthera, che tenta di
affrontare l'argomento.
Nell'oggetto ho sintetizzato l'opinione di Giuseppe Attardi - lun 11 set 2023 nexa Digest, Vol 173, Issue 12 -, suoi i meriti, mia la responsabilità della sintesi.
Condivido totalissimamente: qui l'enfasi è voluta, con altre parole è quanto scrive Pierluigi Contucci - https://www.rivistailmulino.it/a/ia-perch-difficile-da-disciplinare? -: "" dobbiamo ancora capire la natura delle relazioni con la nuova intrusa, tra IA e noi, tra IA e le macchine nella moderna robotica e presto dovremo pensare anche a come gestire le relazioni tra le varie IA. Oltre a far sì che l'IA si allinei alla nostra etica è opportuno cercare di capire come e dove distribuire la responsabilità dell’operato di ognuno e identificare metodi innovativi per assicurarci il buon funzionamento di queste nuove entità diverse da noi ma non più semplici strumenti.""
Il rischio che temo è che l'animale umano diventi sempre più semplice strumento: come capire ciò che (forse) non si può capire?
Forse dobbiamo ripensare Protagora: l'uomo è la misura di tutte le cose?
A me, ultaottantenne, importa poco ...
Grazie e cari auguri.
Duccio (Alessandro Marzocchi)
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